S.M.A. Segnalamento Marittimo e Aereo SpA
Un po’ di Storia SMA sulla base della conversazione tenuta a Firenze
Al Circolo degli Ufficiali del Presidio il giorno 11 Febbraio 2020


Il decennio che va dal 1973 al 1983 durante il quale ho diretto la SMA Segnalamento Marittimo e Aereo Spa di Firenze, come Amministratore Delegato e Direttore Generale ha rappresentato per me il momento più significativo e importante della mia attività professionale.
Per tutto il decennio ho operato con il consenso e il supporto dell’intero Consiglio di Amministrazione ma anche di tutta la base azionaria costituita da una ventina di azionisti privati coesi in una sorta di patto che mi avevano scelto e da un importante azionista a Partecipazione Statale che non solo mi accettò ma mi supportò anche a ragione di una mia precedente positiva esperienza in una azienda del Gruppo IRI.
Da parte mia, dopo tante e variate esperienze in numerose importanti aziende, nell’ultima avevo completato, con due significative tessere, il mosaico delle mia formazione manageriale costituita non solo da conoscenze teoriche ma da una ultraventennale pratica quotidiana sul campo.
Dall’altra parte, non solo una accoglienza molto positiva del Presidente Fernandes,del Vicepresidente Carrara, di tutte le posizioni apicali della dirigenza, ma principalmente da tutti i dipendenti oltre che tecnicamente preparati anche con una cultura generale diffusa, una forte volontà di crescere e con un certo stile aziendale.
Per questo ho deciso di raccogliere alcuni scritti e discorsi su questa Società cominciando da una conversazione a più voci, con qualche aggiunta e qualche taglio. Altre sono in programma.
SMA SEGNALAMENTO MARITTIMO E AEREO
L’ISOLA FELICE: UN CASO DI STUDIO
COME SPUNTARONO FRA GLI OLIVI DI MARIGNOLLE
I MIGLIORI RADAR PER SCRUTARE I MARI DEL MONDO
INVENTATI E RELIZZATI GUARDANDO LE BARCHE DEI RENAIOLI SULL’ARNO
UN CANTO A PIU’ VOCI
Firenze Circolo degli Ufficiali del Presidio 11 Febbraio 2020
INTERVENTO AMMIRAGLIO ITALO FRANCO ROSSI Presidente ANMI Firenze
Per molti di voi, tratteggiare il profilo del Dottor Samoggia non sarebbe necessario ma per alcuni altri, oggi qui presenti, voglio dire innanzitutto che fa parte della Associazione Nazionale Marinai di Italia in virtù di suo Padre Luigi che, Maggiore del Genio Navale, Direttore di Macchine del Regio Incrociatore Alberico da Barbiano, scomparve appena 34enne il 13 Dicembre 1941 nella battaglia di Capo Bon insieme a quasi altri mille Marinai. Dal Capo dello Stato, nel 1947, fu decorato alla memoria con la Croce di Guerra al Valor Militare.
Franco Samoggia nasce a Livorno nel 1932 ma frequenta scuole medie e Università a Firenze dove si laurea in economia e Commercio e inizia alla Società Metallurgica italiana la sua vera attività di lavoro. Nel 1959 si trasferisce a Milano dove lavora nel Gruppo Mediobanca. Successivamente, per un accordo fra Enrico Cuccia presidente di Mediobanca e Salvino Sernesi Direttore Generale dell’IRI, passa nel Gruppo IRI, dove per 5 anni è Direttore di una grande società a Napoli (3500 dipendenti). Rientra nel 1967 a Milano in una finanziaria del Gruppo Bassetti. Nel 1974 concorda con la Famiglia Bassetti il suo passaggio graduale alla SMA di Firenze.
Tutti gli azionisti della SMA che erano circa 30, suddivisi in 3 gruppi familiari più La Breda Finanziaria con il 20%, lo chiamano e con decisione unanime lo nominano AD e per un decennio svolge le funzioni di Direttore Generale e Amministratore Delegato.
Oggi sentirete lui e alcuni dei suoi collaboratori, parlare di questa Società che ha svolto ruoli importanti per la nostra Marina e ed ha rappresentato un momento storico di rilievo per la città di Firenze.
Ascolterete anche le testimonianze di due Ammiragli di Squadra che allora ebbero apparati SMA a bordo di navi al loro comando.
Il dottor Samoggia lasciò la SMA nel 1984 quando, dopo aver fondato una sua società, la PROEL, assunse anche l’incarico di Amministratore Delegato della “Industrie Spazio e Comunicazioni”, gruppo con sede a Firenze, e società partecipate anche a Milano e Pomezia (2000 dipendenti) posseduto da un Gruppo statunitense con Quartier Generale a Lancaster (Pe).
Successivamente rientrò a Milano come Presidente di una società di Advisor di un Fondo di Investimenti del Gruppo Pirelli Fleming dove rimase fino al 2002.
Da quell’anno svolge attività di libera professione.
E’ felicemente coniugato con Mara da oltre 60 anni, ha due figli Marcomaria e Patriziamaria anch’essi sposati e due splendidi nipotini Pierluigi Maria che vive a Milano e Luigi Maria che vive a Firenze.
Signore e Signori,
Ringrazio l’Ammiraglio Italo Franco Rossi per le cortesi espressioni che mi ha rivolto ed in particolare per il ricordo di mio padre.
Do il benvenuto agli Ammiragli di Squadra Gerard Talarico e Vittorio Di Cecco, all’Ammiraglio Ispettore Capo Ernesto Nencioni e all’Ammiraglio Ispettore Giuseppe Ilacqua e a tutti i soci dell’ANMI e a tutti i miei colleghi e collaboratori della SMA . Saluto il Generale di Squadra Aerea Nino degli Innocenti che vedo in sala con la Signora- Desidero anche ringraziare il Generale Nicola de Nicola e il Generale Salvatore Scafuri per il supporto che mi hanno cortesemente dato per organizzare questo incontro.
Oggi parleremo a più voci solamente della SMA Segnalamento Marittimo ed Aereo e dei suoi livelli di eccellenza che raggiunsero il loro apice nel decennio 1973 – 1984 di cui in questa sala molti possono rendere testimonianza.
La SMA nasce nel 1945 e scompare nel 1993 nascondendosi con le sue attività nella Società Officine Galileo di Firenze.
Prima della narrazione di alcuni degli episodi caratterizzanti la sua attività è necessario soffermarci brevemente sugli strumenti di gestione aziendale in dotazione alla SMA, senza i quali mal si spiegherebbero le ragioni dei successi di quel periodo. Sono temi un po’ noiosi, e per questo li smarchiamo per primi!!
Primo fondamentale strumento è il Sistema della Qualità, un insieme di regole che consentono di raggiungere e di mantenere la qualità dei prodotti e dei servizi sui massimi livelli.
Il Sistema della qualità copre tutte le funzioni aziendali dal centro fino alle periferie e all’indotto e tutti devono non solo adeguarvisi ma anche metabolizzarlo. Deve diventare un modo naturale, fisiologico di operare in azienda.
La qualità è la condizione base per il successo.
Questo fu ciò che accadde alla SMA.
Secondo: il Sistema Organizzativo che si sostanzia nell’organigramma aziendale. Ogni società per funzionare bene deve avere un organigramma adatto alle proprie caratteristiche e deve consentire a ciascun dipendente di conoscere la propria collocazione in azienda, rispetto ai colleghi. Deve consentire alle comunicazioni che partono dalla periferia di fluire correttamente verso il centro e viceversa.
Un organigramma valido diviene uno strumento di flessibilità aziendale e raggiunge la massima efficienza quando consente ad ogni dipendente di entrare in contatto direttamente con gli altri colleghi senza provocare disguidi o malintesi. Alla SMA fu adottato un organigramma a matrice.
L’organigramma si completa con la descrizione delle funzioni dei dipendenti e con le procedure per cui ognuno sa quali sono i propri compiti e come svolgerli ma, quando occorre, sa anche cosa fanno gli altri. Un buon sistema organizzativo consente di raggiungere livelli di efficienza ottimali e uccide la burocrazia.
Questo è ciò che accadde alla SMA
Terzo è il sistema di Programmazione e Controllo della gestione. Nel caso SMA la programmazione a livello annuale, era semplice disponendo di un portafoglio ordini pluriennale e quindi si sapeva con certezza cosa si doveva fare.
Di conseguenza i programmi annuali avevano un livello di sicurezza molto elevato e gli scostamenti erano dovuti solo alla complessità delle azioni necessarie per attuarli.
Alla SMA ogni operatore, fino alla periferia, redigeva il proprio budget: previsioni di tempi e di costi della propria attività, e ciò implicava la assunzione della responsabilità di conseguirlo.
Questo metodo di programmazione operativa sollecitava in ciascuno la sfida con se stesso per rispettare la previsione.
Questo è ciò che accadde alla SMA.
Quarto Strumento: a una selezione attenta delle assunzioni, seguiva una fase formativa accurata e intensa e modalità di promozioni e di miglioramenti economici basati solo sul merito e con cadenza unica annuale. La conduzione del personale era basata sull’esempio e sull’autodisciplina.
Fondamentale era l’inesistenza di una Direzione “del Personale”, non esisteva il capo del personale, ogni persona dipendeva e rispondeva solo ed esclusivamente al proprio capo operativo senza nessun altra interferenza.
Una volta all’anno, a dicembre, tutto il personale riunito a cena veniva, al termine, informato sugli eventi dell’anno concluso e sulle previsioni per il successivo.
Questo è ciò che accadde alla SMA.
Quinto: la struttura commerciale e di vendita deve essere composta da uomini che dal vertice alla base abbiano notevole esperienza dello specifico mercato e notevole conoscenza dei prodotti aziendali.
Personale dotato inoltre di forte flessibilità e della capacità di apprendimento dalla quotidiana azione sul campo.
Della struttura Commerciale devono far parte anche gli uomini del servizio di Assistenza ai Clienti, molto preparati tecnicamente e validi anche sotto il profilo relazionale.
Questo è ciò che accadde alla SMA
Sesto. Gli aspetti finanziari della gestione ordinaria erano relativamente meno complessi che in altre società anche per effetto di risultati economici aziendali di tutto rispetto. I bilanci dal 1973 al 1983 hanno sempre chiuso con utili significativi e sono sempre stati distribuiti agli azionisti dividendi importanti.
In quel periodo la SMA aveva la coda degli Istituti di Credito che chiedevano di lavorare e offrivano fidi.
Settimo: La funzione Ricerca, importante in ogni azienda è fondamentale e determinante nelle società ad alta tecnologia. Alla SMA era una funzione connaturata alla missione della Società e permeava l’opera di tutti i dipendenti.
Era fisiologicamente derivata dalla provenienza di molti dal Centro Microonde e dallo stile di
Nello Carrara che era sempre presente e al suo erede spirituale Maurizio Piattelli.
Fu soggetta a modifiche della struttura organizzativa e a regole procedurali per l’avvento del Sistema della Qualità.
Per la sua importanza verrà trattata in una appendice in un diverso Fascicolo Bianco.
Alla SMA ci avvalemmo infine anche di due funzioni atipiche molto speciali che puntavano, una alla penetrazione sui mercati e l’altra a espandere l’immagine della Società.
La prima denominata “Funzione dell’Ombrello” impegnava il vertice aziendale ad effettuare periodiche ma sistematiche visite di “cortesia e reciproca informazione” ai vertici dei clienti/utilizzatori dei nostri prodotti.
Cito solo due delle tante reazioni che avemmo, una fu quella di un Area Manager di Aeritala per l’America Latina che incontrandomi per la prima volta a Rio esclamò “Dottore non ha idea di come invidio i suoi uomini che hanno lei che va spesso a parlare con i capi in cima alle piramidi!”
E l’altra fu quella di un Ammiraglio della nostra Marina Militare che avendo io diradato un po’ le visite mi mandò a dire che era importante che mi facessi vedere più spesso.
La seconda funzione denominata “Cortine fumogene” sorgeva dal fatto che l’importanza tecnica e tecnologica della S.M.A. era molto superiore rispetto alla nostra dimensione aziendale; rispetto al mercato eravamo piccoli.
Ci occorreva una dimensione e una notorietà maggiore e allora pensammo che avremmo potuto crearcela. Oggi diremmo creare una dimensione virtuale maggiore.
Ci riuscimmo con il determinante supporto delle autorità cittadine e regionali, delle Forze Armate ed anche del Governo.
Le delegazioni estere che visitavano la SMA, attratte da Firenze, che erano sempre più numerose e più importanti, venivano adeguatamente accolte da noi e guidate in visite esclusive ai principali monumenti della città e ricevute dalle Autorità ai massimi livelli.
Creammo inoltre la consuetudine delle feste di addio per i Comandi delle navi costruite qui per clienti esteri, che salpavano da La Spezia per i loro paesi, Cene che erano divenute una sorta di rito per i loro Ufficiali e Comandanti. (Stampa di Firenze al Comandante per la nave Fiorino di Firenze all’ufficiale più giovane).
Passiamo ora alla Storia. Temi spero meno noiosi. Vi narreremo come un gruppo di toscani, quasi tutti fiorentini, si misurarono con il mondo partendo da Marignolle, uno dei più bei colli di Firenze e una sorta di predestinazione per la nostra espansione nel mondo. (Giovanni de’ Marignolli 1330 1348 gironzolò fra Mongolia, Cina, Kazakistan, Praga Bratislavia, Stoccarda.)
Parleremo oggi della SMA dal 1943 al 1984. Quella SMA che negli anni recenti, tutti, dentro e fuori della azienda, definivano come l’Isola Felice.
La SMA ebbe due radici che dopo il 1948 si fusero insieme.
Le due radici fecero capo a due uomini di grande spessore che rappresentarono, ciascuno l’anima della propria parte.
Lorenzo Fernandes nacque il 24 maggio 1902 a Firenze dove si laureò in chimica. Dopo alcuni anni di insegnamento universitario, per l’avvento delle leggi antisemite fu costretto a emigrare in Francia dove lavorò in una società di ottica.
Nel 1943 rientrò in una Firenze ancora in “emergenza” e costituì la S.M.A. da un notaio in Via Ricasoli e cominciò ad operare in Lungarno Cellini dove si producevano fanali e fari per i porti e lampade scialitiche per ospedali. Si arrivò con questi prodotti al 1948. Fernandes fin dall’inizio rivelò una fibra di imprenditore coraggioso e sagace e segnò la SMA, pur se con i metodi di allora, con il suo imprinting di ordine, organizzazione, disciplina, stile di comando, e nella scelta e formazione di uomini. Costruì un solido “contenitore”.
Nello Carrara, scienziato insigne e grande maestro, portò alla Società il know-how del radar che risulterà determinante. Carrara nacque a Firenze il 19 Febbraio 1900. Dopo il Liceo entrò alla Scuola Superiore Normale di Pisa e lì frequentò “speciali” compagni di corso, fra i quali Enrico Fermi.
Nel 1921 si laureò in Fisica e iniziò con la cattedra università di Pisa e poi insegnò Fisica all’Accademia Navale di Livorno per 46 anni.
Al RIEC Istituto di ricerca della Regia Marina, affiancò Ugo Tiberio e insieme realizzarono, già durante la guerra, i primi radar, denominati Gufo e Folaga ed effettuarono con successo le prime applicazioni a bordo e a terra.
Finita la guerra, Carrara fondò a Firenze il Centro Microonde dove, seguito da Pietro Lombardini e da Pier Luigi Bargellini e con l’assunzione di altri collaboratori avviò la realizzazione dei primi semi di RADAR.
Nel 1948 Carrara e Fernandes si incontrarono casualmente sul treno Firenze-Roma e decisero che avrebbe potuto essere la SMA a produrre radar a livello industriale. L’inserimento degli specialisti radar del Professor Carrara, nella micro-struttura industriale del Professor Fernandes, fece sbocciare uno splendido fiore su un soppalco di tavole di legno in un edificio in lungarno Cellini, che i vicini chiamavano, con indovinata espressione, “la bottega del radar”.
Nella mia ormai lunga vita spesa ad analizzare aziende ho maturato la convinzione, che una società può raggiungere risultati anche stupefacenti se è composta da uomini preparati, che abbiano innato il senso del dovere e dell’onore, abbiano dignità, orgoglio, buona volontà e spirito di gruppo.
In questi casi il vero valore di una società è costituito dai suoi uomini tutti coesi a tirare la fune dalla stessa parte.
Che alla S.M.A. ci fossero le basi per un materiale umano di questo tipo me ne resi conto fin dalla mia prima visita che feci nel luglio del 1973, ancora del tutto lontano dall’idea che avrei fatto parte di quella squadra. “Gente vispa, se ne potrebbe fare un gioiello”, risposi a mia moglie che mi chiedeva come era la società che avevo visitato.
E’ per questo che oggi sentirete parlare, quasi esclusivamente, di una schiera di uomini che vissero anni sereni, raggiunsero traguardi importanti e furono orgogliosi del loro operare e di quello che essi produssero.
Una parte importante di questa conversazione sarà costituita da testimonianze.
Purtroppo la tirannia del tempo, consente di portare alla ribalta solo pochi degli oltre 500 protagonisti e degli altrettanti esterni che insieme operarono, tutti di eccellenza e tutti in armonica sintonia.
Fate conto che qui siano rappresentati tutti attraverso i pochi di cui parlerò e i pochissimi che vi parleranno.
Ci saranno anche le preziose testimonianze di due Ammiragli di Squadra della nostra MM, che ebbero allora, esperienze dirette di apparecchiature della SMA e furono in grado di apprezzarle.
Desidero ringraziarli in forma speciale per aver accettato di essere oggi con noi.
Umberto Coppi che è qui accanto a me ci racconterà ora la sua storia che inizia nel 1950 al Centro Microonde e scorre attraverso la SMA e si completa con l’avviamento e la conduzione della società Selesmar, la figlia maggiore della SMA.
INTERVENTO DI UMBERTO COPPI
Il primo radar fu montato al Centro Microonde nel 1950 e precisamente Chiarantini montò il PPI, Benvenuti il modulatore e Bianconi l’alimentatore. Il primo radar, il precursore del CFL3, preceduto a sua volta dal “folaga” e dal “gufo” realizzati in pochi esemplari verso la fine della guerra da Ugo Tiberio e da Nello Carrara al RIEC a Livorno.
Questo radar precursore del CFL3 fu preparato fra Centro Microonde e S.M.A. e destinato al Genio Militare.
Da questo primo radar derivò, con alcune modifiche di Piattelli, il radar CFL3 realizzato in una ventina di esemplari.
Una delle parti fondamentali di questo radar venne chiamata Notre Dame per la strana forma che ricordava la facciata della cattedrale di Parigi, che veniva fuori dall’insieme dei circuiti posizionati nella cassetta posta sotto l’indicatore.
Poi il radar si sviluppò, si perse Notre Dame e il nuovo apparato prese il nome di NSM8 e ne furono realizzati una ventina di esemplari.
Piattelli entrò al Centro Microonde prima del 1950 e si portò dietro Bianconi; al Centro c’era già Lombardini, che nel 1946, aveva dato il là e contribuito alla costituzione del Centro insieme a Nello Carrara. C’erano oltre a Piattelli, Chiarantini e Checcacci e c’era il terzetto dei livornesi (detto del “deh!” per il loro intercalare). Il terzetto era capeggiato da Franco Bardelli, che non ci seguì alla S.M.A. e che contribuì a fondare la Selenia .
Checcacci era un Piattelli bis ma, se possibile, con caratteristiche più accentuate: più “scienziato”, tanto che non si trasferì alla S.M.A. e rimase al Centro. Era una specie di bomba, ma anche un po’ strano, per esempio, per non essere disturbato collegava la maniglia della porta della sua stanza con la corrente elettrica a 160V!
Al Centro Microonde entrai a settembre del 1950 e all’inizio non facevo parte del gruppo dei radaristi. Io entrai per aiutare un fisico a fare delle ricerche su come misurare la potenza delle onde elettromagnetiche e lo facevamo col sistema calorimetrico. Non si sapeva come misurare la potenza e allora si scaldava dell’acqua e così... si aveva un riferimento….
Tutti facevamo di tutto; c’era un grande spirito di collaborazione e di amicizia, con Maurizio, sulla terrazza giocavamo a pallone con una palla fatta di cenci e una volta Piattelli volle giocare scalzo e gli vennero delle vesciche grosse così sotto i piedi e per una settimana non camminò!
Eravamo al secondo piano di una palazzina a Careggi, al primo c’era la facoltà di Igiene con il professor Giuseppe Mazzetti e c’erano dei dottori che ne volevano sapere di più di queste misteriose onde elettromagnetiche e cominciarono a fare degli esperimenti con le cavie (pensavano che le microonde accelerassero la ricostruzione dei tessuti), ma queste povere cavie legate sulle tavolette, morivano tutte, alla fine dicemmo loro che la volta successiva dovevano portare su anche qualche foglia di alloro! Come successo alla SMA in altri casi avevamo fatto una scoperta,…. il forno a microonde!
Un giorno Piattelli, dopo che ero stato a guardare per qualche tempo, mi disse: “prendi una cassetta” e mi fece uno schizzo, uno scarabocchio e “bisogna montarci dentro... bisogna farci...” quello che poi diventò il prototipo di Notre Dame. Era fatta così, di quella forma, per risparmiare spazio. Poi quando mi dettero l’indicatore su cui si doveva inserire la cassetta ci si accorse che era troppo piccolo e allora si dovette riaggiustare tutto. Tenete presente che lì al Centro eravamo proprio degli artigiani e quindi poteva capitare questo e altro.
Nell’agosto del 1951, mi chiamò Bianconi e mi disse: “Ci vogliono assumere tutti alla S.M.A., te ci stai?”
Perbacco se ci sto! Al centro si prendeva 5000 lire al mese e ci si portava il mangiare col pentolino e di là ci davano 36.000 lire al mese!
Si passò alla S.M.A. in lungarno Cellini tutti insieme, Piattelli, Bianconi, Chiarantini, mi pare Carlino Benvenuti ed io. Folco Pestelli arrivò qualche tempo dopo e anche Caropreso. (FFF Soppalco)
In lungarno Cellini, sul famoso soppalco, ci trovammo pronti tutti i pannelli per gli alimentatori e tutto il resto e si cominciò a montare i primi indicatori sulla base di quel prototipo che avevo preparato io e che si vedono su uno scaffale del soppalco in un paio di fotografie. Poco dopo furono pronti i primi radar. E nel marzo 1952, ce ne era già uno in collaudo e c’era Mario Di Giovanni, che allora doveva essere o un tenente di vascello o un capitano di corvetta che assisteva al collaudo.
Il 31 dicembre 1953 noi eravamo riuniti e mettemmo il primo (FFF NSM8) esemplare di NSM8, che non era nemmeno ancora verniciato, su “acceso 2”. A mezzanotte tac! Si accese. Eravamo nel famoso soppalco, Piattelli, Chiarantini, Bianconi ed io. Mancava solo il professore a portarci una bottiglia di spumante! “Acceso 1” significava accensione dei filamenti e delle valvole, “acceso 2” si davano le alte tensioni e “acceso 3” si avviava la trasmissione. (FFF Coppi, Chiarantini, Benvenuti e Ascani)
E in aprile del 1954, alla Fiera di Milano, presentammo questo radar nello stand della Magneti Marelli.
Nel 1954 ormai il primo nucleo di persone dei radar della S.M.A. si era formato e in quell’anno cominciarono anche i pranzi annuali sull’aia della villa del presidente Fernandes all’Antella. (FFF Pranzo Antella)
Questo fatto ancor oggi se lo ricordano tutti quelli che allora c’erano ma nessuno si ricorda che dopo i pranzi seguiva l’immancabile partita a ping pong, dove Fernandes ci sfidava sempre tutti e ci batteva sempre. Allora era bravo direte! No! Eravamo noi che si faceva vincere!
Che bei tempi dottore! Lei poco fa mi ha ricordato la battuta di Fernandes per quello che faceva le seghine alle guide d’onda, ma davvero Rolando Lottini con la lima levava il pelo ai gatti, era spettacoloso; anche Romano Torrini. Alla S.M.A. c’erano degli aggiustatori bravissimi. Eccezionali!
Anche Lombardini veniva spesso alla S.M.A. e con lui si facevano i diagrammi di antenna. C’era da ridere, si portava il ricevitore sul Lungarno, sulla spalletta dell’Arno, al di là della strada, con i cavi poggiati a terra per cui, quando arrivava il tram, bisognava correre a riportarlo di qua se no ce li tranciava tutti.
Ricordo anche che per le misure di antenna non prendevano una camera all’Hotel Lucchesi come dicono, ma in una pensioncina vicina che costava veramente poco.
I CFL3, (o NSM8) una ventina furono prodotti in serie, dettero luogo subito dopo, a venti 3N10, che erano più piccoli e costituiti da un unico mobiletto ed erano i precursori dei famosi 3M20.
Dopo l’incarico al collaudo passai all’assistenza clienti, oltre 60 anni fa, era il 1954 quando al mio posto andò al collaudo Remo Lucchesi11 ed io passai all’installazione di tutti i radar a bordo delle navi ed all’assistenza e questo mestiere l’ho fatto fino al 1956.
Successivamente, sotto la guida di Piattelli, mi sono occupato del progetto del radar a impulsi intercalati e ancora dopo sono stato all’interno del progetto Sarchiapone e precisamente mi sono occupato delle guide d’onda che con quelle potenze emesse scaricavano e dovemmo verificare tante soluzioni per evitare questo problema e ci riuscimmo saturandole con un gas, l’esafluoruro di zolfo, che funzionava come dielettrico.
Quando si presentavano problemi tecnici di non facile soluzione veniva chiamato ad intervenire Remo Lucchesi per dare il suo parere tecnico sul da farsi, che risultava quasi sempre definitivo. Era noto per avere sempre con sé un piccolo cacciavite, come lo stetoscopio del medico e con atteggiamento “aristocratico” e con mezzi semplici spesso risolveva il problema. La fama di Remo e il cacciavite è legata ad una operazione di collaudo che SMA si trovò ad effettuare in competizione con Selenia. Loro si presentarono con un camion pieno di strumenti quando toccò alla SMA, Remo si presentò solo col suo cacciavite dicendo che il radar era così affidabile che bastava un cacciavite. La mossa ebbe successo!
Qualcuno ricorda che per questo atteggiamento si era conquistato il titolo di “duca”. E’ stato a lungo responsabile dei collaudi degli apparati risultando sempre anche una preziosa fonte di informazioni per i progettisti. Ricordo anche il fratello, Beppe, sempre sorridente e disponibile. Agli inizi, si occupò del magazzino e poi divenne capo dei prototipisti dove mise in luce la sua elevatissima precisione che qualcuno classificava come pignoleria.
Ma qui ormai siamo giunti alle ere più vicine, superati certamente gli albori della società, stiamo avvicinandoci al mezzogiorno.
Invece vi voglio raccontare un’altra cosa di quando ero un ragazzo anche se va un po’ fuori tema: avevamo voglia di lavorare a quei tempi e volevamo guadagnare ed allora io negli anni 1949-1950 mi alzavo la mattina alle 3 per andare a tirare giù un po’ di quintali di ghiaccio (c’erano ancora le ghiacciaie nelle case e d’estate ce n’era molto bisogno). Mio padre e un altro lavoravano in questa fabbrichetta che aveva due bagni (cosi si chiamavano quel tipo di congelatori), uno più grande, che lavorava tutto l’anno, ed uno più piccolo, che veniva messo in funzione solo d’estate ed io e un amico figlio dell’altro che lavorava lì, lo prendevamo in gestione. E in quei mesi si guadagnava bene.
Ne feci di tutte per guadagnare un po’: per esempio per un certo periodo la sera facevo il tornitore a 500 lire al mese …
Così prese anche Coppi il vizio di lavorare, tanto che anche adesso ha l’hobby di costruire velieri. Compra la scatola di montaggio e via, ma, perché vengano bene, ogni tanto deve fare qualche modifica...
Tanto per non perdere l’abitudine!
Per finire devo fare un cenno al mio passaggio alla Selesmar che avvenne proprio ai suoi inizi, nella fase di acquisizione, tanto che ebbi ancora contatti con la Selenia e in particolare con Piero Guarguaglini.
Alla Selesmar posso dire che ho rivissuto i primi anni della S.M.A.
Eh sì! Perché abbiamo ricominciato da zero. A parte Masoni ed io, gli altri erano tutti ragazzi, ragazzini, una trentina, ma pieni di interesse e di buona volontà e desiderosi di imparare. Poi lo stabilimento era proprio giusto, nella posizione adatta per fare prove di antenna, con ampi orizzonti e assenza di “rumore” e all’interno aveva la struttura giusta per cui riuscii a seguire l’indicazione che ci aveva dato il dottor Samoggia in un suo discorso e cioè che i materiali devono fare il percorso più breve possibile fra il punto dove arrivano e il punto della spedizione dei prodotti finiti. Nei primi tempi c’era veramente lo spirito che c’era in lungarno Cellini. Pensate che a mezzogiorno Masoni usciva un’ora prima e andava a cuocere la pasta e a cucinare qualcosa in una stanza che avevamo preso in affitto da un contadino lì accanto e si mangiava tutti insieme!
A proposito del Radar a impulsi intercalati a cui accenna Coppi fra le varie attività da lui svolte, mi è venuta in mente una conversazione di qualche anno fa con l’Ammiraglio Calzeroni che mi disse che, autorizzato dall’Ammiraglio Michelagnoli, a quel tempo Capo di Stato Maggiore, ne aveva parlato in sede NATO spiegando che con il solo ausilio di quel radar era uscito dal porto di La Spezia suscitando molto interesse.
Ma ho saputo dopo che non solo usci dal porto de La Spezia, ci rientrò e sempre con il solo aiuto del radar accostò di poppa alla banchina inserendosi con precisione nello spazio tra due battelli.
Mi piace anche ricordare che il 1° maggio 1979 Coppi fu insignito, insieme a Remo Lucchesi, della Stella al merito del lavoro. La cerimonia si svolse nel Salone de’ 500 in Palazzo Vecchio.
Ed eccomi ora a parlare di quelli che io chiamavo e chiamo tuttora, le Tre Colonne della SMA.
La prima delle Tre Colonne è Maurizio Piattelli, l’uomo che assolutamente primeggiava nel gruppetto portato in SMA da Carrara. La tessera più importante del vasto mosaico di persone eccellenti che fecero grande la società.
Creativo, brillante ma al tempo stesso concreto e con un’importante esperienza internazionale.
Mi ha affiancato per 10 anni con la qualifica di Condirettore Generale e vorrei aggiungere piacevolmente affiancato.
Insieme durante visite importanti, magari dall’altra parte del mondo e con interlocutori di peso, me lo vedo ancora, di fronte ad una domanda imprevedibile e impensabile alla quale chiunque avrebbe risposto, “vado a vedere e ritorno fra una settimana” egli invece rispondeva a colpo sicuro, centrando il problema e talvolta anche pescando nella sua borsa un documento con dettagli sull’argomento.
A sentirlo parlare si percepiva la grande passione con cui si dedicava alla sua attività preferita: la ricerca, ma la sua acuta capacità di osservazione, il suo sguardo prospettico e la scuola di Nello Carrara lo mantenevano sempre con i piedi ben piantati per terra. In più sapeva affascinare interlocutori e collaboratori con il suo entusiasmo e la sua chiarezza espositiva, segno della profonda conoscenza della materia.
Con le onde elettromagnetiche aveva una così peculiare dimestichezza che ho sempre pensato che lui le “riuscisse a vedere”. Carrara lo citava spesso come “L’ingegner Piattelli, al quale nessuno ha mai insegnato nulla”. Una volta Carrara, rispondendo alla domanda di come fosse possibile che persone come Checcacci e Piattelli, entrambi autodidatti, fossero stati capaci di fare tante cose importanti, ebbe a dire: “tutti gli uccelli hanno le ali, alcuni, come le aquile, le usano per volare alto ed altri, come i polli, per starnazzare nella polvere dei cortili”.
Sempre Carrara ricordava la realizzazione del primo radar al Centro Microonde. Pietro Lombardini che da anni lavorava con Carrara sui radar, aveva solamente schizzato una serie di schemi, quando ebbe conferma di aver vinto una borsa di studio in Canada e lasciò in fretta il Centro, dopo aver indottrinato Piattelli che era da poco arrivato.
Al Centro era giunta in quei giorni anche la serie dei volumi dell’MIT, Massachusset Institute of Technology, sul radar: 28 tomi in totale, che raccoglievano tutto lo scibile e l’esperienza sviluppata in materia negli anni ’30 e ’40. Questi volumi costituirono per Piattelli il suo cibo, il suo sonno e il suo svago per quell’estate; gli permisero però di costruire e di mettere in funzione il radar abbozzato da Lombardini.
Al suo ritorno Lombardini lo trovò funzionante e per questo collocò Piattelli su un alto piedistallo, in una sorta di empireo, per il resto della vita.
Il binomio Piattelli Lombardini, dove l’allievo aveva superato il maestro, rimase immutato nel tempo.
In Marina Maurizio Piattelli era considerato un punto di riferimento sia per gli aspetti tecnici che operativi e sovente era interpellato dai Direttori Generali dell’allora Navalcostarmi e ai massimi livelli dello Stato Maggiore.
Di lui non si può non ricordare l’abbigliamento che oggi definiremmo “casual” ma allora impattava col “sistema moda” vigente. A questo proposito voglio farvi sentire il contenuto di una lettera che uno degli uomini di Piattelli, che entrò alla S.M.A. nei primi anni ed è stato con lui per decenni, mi scrisse a suo tempo:
LETTURA DA STEFANO
Verso la metà degli anni ’60 non ero ancora ventenne quando approdai alla S.M.A. per un colloquio di assunzione. Fui ricevuto in una saletta vicina al centralino telefonico.
Durante l’attesa mille pensieri mi inseguivano e mi turbinavano in testa ed anche solo l’idea di incontrare qualcuno della S.M.A. mi metteva soggezione L’idea che mi ero fatto e che circolava, di quella società, per i tanti misteri che aleggiavano su quella ditta, per quei radar complessi e segreti, per quelle persone che ci lavoravano considerate speciali, mi creavano una tale tensione che tremavo al solo pensiero di parlare con uno di loro.
Ad un tratto entrò un giovane di bell’aspetto, vestito in maniera molto semplice. Ricordo che ero seduto dietro a un tavolo e la persona che mi stava davanti e che mi faceva le domande, era in piedi e teneva un piede appoggiato su una stecca della sedia di fronte a me.
La cosa sarebbe stata abbastanza normale se non fosse stato per un particolare curioso, il fondo dei calzoni era stretto da una molletta da panni, classico del ciclista che protegge il pantalone dalla catena.
Il colloquio andò avanti per parecchio e quella cornice di semplicità che si era creata, contribuì a rendermi stranamente tranquillo.
Quando uscii il mio sguardo si poggiò nuovamente su quella molletta, era veramente curiosa, non ricordavo il nome di chi mi aveva esaminato tanta era la tensione iniziale, ma ricordo ancora l’impressione che ebbi di quel colloquio sagacemente condotto, di quel giovane di bell’aspetto ma più di tutto di quella molletta. Una molletta che mi dette fiducia e speranza. Dopo qualche giorno ricevetti l’invito a presentarmi, fui indirizzato al reparto studi e non tardò molto che venni a sapere chi era quel giovane che arrivava in bicicletta con la molletta ai pantaloni rispondeva al nome di Maurizio Piattelli, era l’ingegner Piattelli, la chiave di volta della S.M.A.
Non è possibile citare eventi importanti a cui legare Piattelli tanti essi sarebbero, basti dire che tutti i prodotti della SMA hanno avuto origine da una sua idea, da un suo spunto se non da un suo progetto. Tutti gli sviluppi, di apparati realizzati negli anni sono targati MP e tutti gli uomini della SMA lo sanno bene.
Al fianco di Piattelli crebbe Maurizio Cellini al quale fu affidata la responsabilità del Reparto Ricerche quando Piattelli divenne Condirettore Generale.
Fra gli altri che crebbero all’ombra di Piattelli ci furono anche Giampaolo Brogelli capo del gruppo Microonde, Vittorio Ferrazzuolo che divenne capo della divisione Ingegneria e Guido Calamai che come progettista lavorò sull’innovativo radar ad agilità di frequenza e poi si dedicò al radiometro e ai radar per elicotteri.
Comunque devo dire che per un verso o per l’altro nessuno alla SMA, me compreso, è rimasto esente dal contagio di Piattelli.
Dal Centro Microonde altri personaggi passarono alla SMA, in particolare Francesco Chiarantini che, provenendo dal mondo qualificato dei radioamatori, sviluppò tutta la sua carriera all’interno dell’area Elettronica della società fino a raggiungere la carica di Vicedirettore Industriale.
Subito dopo Piattelli mi viene incontro Sergio Bertini ingegnere. La seconda colonna.
È fiorentino ma potrebbe essere milanese per atteggiamenti, comportamenti e stile, in ogni caso però, son certo che continuerebbe a tifare “viola”.
Un collaboratore molto preparato e grande conoscitore della S.M.A. Mi ha affiancato come Direttore Industriale ed è stato il baricentro di tutte le attività di ingegneria, di produzione e collaudo della Azienda. Un ruolo molto, molto impegnativo e difficile anche per l’elevato numero di persone che operavano nella sua area.
Aveva un’innata predisposizione per metodi e tecniche dell’organizzazione aziendale che gli hanno consentito di dare un valido contributo nell’opera di rinnovamento della struttura e delle procedure aziendali che fu condotta dall’ingegner Alberto Puccini, e che si prolungò nel sistema di Pianificazione e Controllo di Gestione e del Budget con il significativo supporto di Marila Chiostrini.
Alberto Puccini mi è stato molto vicino, era quello che mi forniva i dati e le informazioni per una corretta navigazione, aveva in mano la bussola, le mappe con le rotte e i dati meteo e compare molto spesso nel mio libro a condividere con me riflessioni e pensieri, a fornirmi spunti, suggerimenti e contribuire a risvegliare ricordi.
A Bertini si deve anche l’importante supporto fornito all’ingegner Paolo Carta per il completamento e l’integrazione del Sistema della Qualità che permeò l’intera compagine aziendale.
Sergio Bertini, come gestore e conduttore di uomini, ottenne la massima efficienza delle risorse tecniche e umane a lui affidate, contenendo i costi a livelli ottimali. Questo insieme alle nuove metodiche di formulazione dei prezzi di vendita, permise di raggiungere risultati economici di tutto rispetto altrimenti inarrivabili.
Del Nord America, sia Stati Uniti che Canada, Bertini aveva grande stima per la cultura e per le loro tecniche di avanguardia. Devo a lui i primi approcci con quei due Stati dove aveva molte valide conoscenze e di cui mantengo gradevoli e significativi ricordi, come la visita che facemmo a Washington al Naval Research Laboratory, il cuore nascosto e pulsante dell’ingegno USA, e quella, nei pressi di Washington, alla Comsat General, dove a dirigere il laboratorio c’era Pierluigi Bargellini, e dove Bertini ed io, divisi da una vetrata che non permetteva di sentirci, ci telefonammo utilizzando uno dei primi satelliti in orbita geostazionaria a 36000 Km di quota.
Un effetto strano: vedevamo di là dai vetri le nostre labbra muoversi ma la voce dai cornetti arrivava dopo svariati secondi, il tempo di superare la distanza di andata e ritorno con il satellite.
In Canada dove la S.M.A. aveva degli apparati a bordo di loro fregate, avemmo lunghe e ripetute esperienze insieme e in particolare le grandi giornate di Ottawa quando con la Leight costituimmo la SMAradar per realizzare un local benefit che ci veniva richiesto.
E qui non posso non ricordare Carlo Franceschini, l’uomo dei rapporti internazionali che mi fu spesso vicino nei miei viaggi europei e nordamericani, che fu il referente del Principe Fredrik Hoenlohe, nostro punto di riferimento con le forze Armate tedesche che erano un nostro grande cliente per il radar di navigazione. Negli anni successivi, in orbita Finmeccanica, Franceschini operò molto e bene in Francia ove fu anche insignito della Legion d’Onore.
Scomparve pochi anni fa prematuramente.
Fu proprio Bertini insieme a Piattelli, che fin dai primi giorni di mia presenza alla S.M.A., perorò la causa della assunzione di Francesco Maria Corsello, ingegnere.
Avemmo così sul Colle il terzo pilastro della società, romano di Roma senza se e senza ma. Così la SMA ebbe il suo Direttore Commercale.
Spirito fortemente indipendente anche in conseguenza dell’attività di agente che aveva esercitato per alcuni anni.
Intelligenza vivacissima e creativa nelle aree di sua competenza, integrata da un ottimo carattere, da una grande dose di buonsenso e da un notevole istinto commerciale.
Il Ministero della Marina era il suo campo di battaglia pressoché quotidiano, dove difficilmente subiva sconfitte.
Era uno strenuo negoziatore, un rapido e sicuro decisore, difficile da tenere sotto controllo per questo aspetto, ma valido nelle scelte che riguardavano la sua attività.
Era, come tutti gli altri uomini della S.M.A., molto versatile e sempre disponibile nei casi di emergenza. A questo proposito la sua segretaria, Floriana Mezzini, mi ha raccontato che una volta con Galletti, del servizio assistenza clienti, in Brasile andò a bordo di una nave dove occorreva un intervento urgente e fu così cooperante ed efficace nei vari interventi tanto che Galletti alla fine esclamò: “Che team che siamo ingegnere!” ed egli si compiaceva molto di raccontare questo episodio.
Recentemente in un gruppetto stavamo dibattendo su quelle che potevano essere state le cause di questo coro unanime che conclamava la SMA come Isola Felice. Dopo essere stata a lungo in silenzio Floriana proruppe, “ma cosa vuole cercare, dottore, quelli per tutti noi furono gli anni più belli della nostra vita!”
Corsello mi fu sempre vicino con il suo ruolo importante ed ho un ricordo vivo di alcune visite effettuate insieme ai vertici del Ministero della Marina dove circolava per quei labirinti come se fosse a casa sua e tutti lo salutavano e si fermavano a parlare con lui.
Non si trovava a suo agio nelle attività di export anche se a un certo momento cominciò a muoversi fuori d’Italia e, in America Latina, area che preferiva e privilegiava, riportò alcuni significativi, difficili successi.
Dopo la mia uscita dalla società, mantenendosi egli sempre coerente e fermo sulle sue linee guida, fu costretto a cedere di fronte allo strapotere dei nuovi venuti. Infatti, dopo l’ingresso della Breda, malgrado il suo forte amore per la SMA, abbandonò la posizione. Il suo animo battagliero ne soffrì molto. A me non capitò più, con mio grande rammarico, di incontrarlo nemmeno per caso, come invece mi accadde con molti altri collaboratori.
Sentii invece parlare di lui e della sua attività in Brasile a Sao Josè dos Campos, dove portava avanti tenacemente e contro tanti che lo contrastavano, la trattativa da lungo avviata per il radar dell’aereo AMX.
Ci lasciò, ancora giovane, il 17 febbraio 1999.
L’ultima lettera di promozione a dirigente che ho firmato alla SMA è stata quella di Carlo Cortesi, un ingegnere assunto nel 1966, che quando arrivai alla SMA operava nell’ambito della direzione commerciale con un ruolo tecnico. Con l’arrivo di Corsello, iniziò un percorso di “jolly aziendale” coprendo ruoli di responsabile ai servizi generali, poi agli acquisti, alle monografie e infine alla logistica ed in quell’incarico seguì con successo anche tutta la realizzazione, molto impegnativa, delle nuove aree operative progettate e costruite da Pierluigi Spadolini.
Una carriera interessante e variegata quella di Cortesi che gli consentì di maturare un’esperienza molto articolata per cui nel 1983 ottenne la nomina a dirigente in virtù della quale assunse poi la posizione di vertice della Selesmar. Quando la Selesmar fu ceduta, Cortesi vi rimase al comando per un periodo e poi continuò con un rapporto di consulenza superando un decennio di collaborazione.
Egli stesso mi diceva di aver fatto nelle nostre due società un’esperienza formativa formidabile che gli è stata utilissima anche nelle sue successive attività.
LETTURA DI STEFANO
di far galoppare i cavalli anche senza usare la frusta”.
Su un numero di La SMAnia, il giornalino dei Dipendenti, di Cortesi si dice: “I suoi collaboratori lo definiscono un buon fantino, capace alla bisogna
Cortesi aveva un buon carattere ma quando sentiva di aver ragione su qualcosa e non riusciva a farsi valere diveniva battagliero.
Un caso riguardò me, quando per aiutarlo a migliorare la “gestione materiali” gli suggerii una persona che venne da Milano due o tre volte per affiancarlo. Dopo la terza volta Cortesi venne da me e mi disse: Dottor Samoggia se quel signore continua a venire chiudiamo baracca e burattini in sei mesi! Mi spiegò le sue ragioni e mi propose, con un certo coraggio, che io andassi dal consulente a capire, e se avesse avuto ragione il consulente, lui avrebbe dato le dimissioni, se invece io avessi concluso che aveva ragione lui saremmo andati a cena insieme.
Considerai che era uno che aveva il coraggio di sostenere le proprie idee e mi piacque ancor più. Il giorno previsto per andare a Milano arrivarono ospiti per cui, invece di andare in macchina, decisi all’ultimo momento che saremmo andati in aereo.
Recentemente, mentre ricordavamo quel fatto mi ha detto:
“Lei non lo sapeva ma io non avevo mai volato, era il mio primo volo! E su Milano c’era una nebbia tremenda che “si vedevano le croci!”.
“Lei salì da solo negli uffici a parlare con il consulente e dopo mezzora ridiscese e mi disse: Andiamo a cena!”
E adesso qualche parola sulle nostre collaboratrici, solo di alcune ahimè, e ci scusiamo per tutte le altre.
Marisa Castelli, responsabile dell’amministrazione del personale la ricordo saggia, precisa, pacata e sempre sorridente. Mamma di tre bambini e per questo un modello per tutte coloro che dovevano dividersi fra compiti aziendali e compiti familiari. Presenziava a tutte le riunioni del consiglio di fabbrica ed io la tenevo d’occhio perché mi dava la misura dei miei interventi. Se ero nel giusto non mi guardava ma se le sembravo fuori strada sollevava lo sguardo verso di me.
Ed ecco l’Alda, Alda Affortunati: me la ricordo magrolina, piccolina, sempre di corsa, sempre sorridente, lavorava molto impegnata nel reparto monografie ma era sempre disponibile per chi ricorreva al suo aiuto, ed erano in molti.
E siamo ora alla mia segretaria. Patrizia Lunghi, meglio conosciuta come “Patrizia bionda” per distinguerla da un’altra Patrizia Lunghi “mora” segretaria di Bertini.
Una segretaria con capacità insuperabili. Oltre a tutto il resto era l’organizzatrice dei miei numerosi viaggi e responsabile della mia agenda, lavoro molto difficile per i molti appuntamenti e i frequenti cambi.
Piero Magi nella intervista che mi fece per Toscana qui dell’agosto 1987 la introduce così:
“Spiacente, Samoggia è in Corea. Tornerà solo a fine settimana”. “Samoggia è in riunione... Non qui, signore, a Londra”. “Non saprei dirle se sarà di ritorno domani. So che deve fermarsi a Parigi”. “Riprovi”, “richiami”.
Fra le segretarie di grandi manager che mi è capitato via via di incontrare questa, di certo, è l’unica che può aspirare, ancora in vita, a un processo di beatificazione. Anche il telefono può essere un martirio: ci si guadagna il cielo in tanti modi”.
Agli inizi la divisa estiva per le nostre giovani signore era grembiulino azzurro con colletto bianco e di inverno gonna blu con golfino celeste e cravatta blu con spilla S.M.A.
E alla fine vedo giungere Aldo Scutigliani, il mio autista. Carabiniere con la patente per la guida veloce e quella che lui definiva “una tesseraccia” che gli permetteva di fare qualche marachella e che aiutava a superare qualche ostacolo di traffico o burocratico.
Un milione di chilometri sempre ad alta velocità, un solo guasto, nessun incidente, nemmeno minuscolo. Un incontro quotidiano per quasi 10 anni, salvo quando ero all’estero.
Quando è andato in pensione continuavamo a sentirci al telefono. Una volta percepii una voce più squillante del solito e gli dissi che mi sembrava più vispo, ringiovanito e lui mi rispose: “Eh! dottore! Sono riuscito ad ingranare la marcia indietro!”
Sono stato a dargli l’ultimo saluto il 29 ottobre 2012.
Un discorso particolare desidero fare sulle laureate in ingegneria e dintorni, che erano state assunte alla S.M.A. nella seconda metà degli anni ’70. Accadde che in quel periodo cominciassero a uscire i primi laureati dalla facoltà di ingegneria di Firenze.
Marina Grossi fu la prima assunta. Poi ci fu Concetta Lombardi, e ancora Laura Bagni ed altre. Non ci furono mai problemi all’interno, in conseguenza di queste assunzioni femminili in ruoli tecnici, anzi.
Lucia Furiozzi, assunta nel Reparto Ricerche come progettista, il 1° novembre 1979 racconta così la sua esperienza alla SMA:
INTERVENTO DI LUCIA FURIOZZI
Buonasera, io vi parlerò della mia esperienza in SMA, come ingegnere progettista, negli anni ottanta.
Un professore, all’università, mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare a lavorare alla SMA e come dire di no?
La SMA era vista come un’azienda moderna ed innovativa e la dirigenza allora ritenne che un ingegnere donna, in un ambiente tecnico, completamente maschile, come quello dei progettisti, potesse andar bene.
Oltre alla preparazione universitaria, l’elemento che ebbe peso nella mia assunzione, fu una certa pratica di laboratorio.
Mi scelsero, mentre facevo la precaria, si direbbe oggi, all’università, infatti avevo vinto una borsa di studio e passavo le mie giornate tra computer e laboratorio del CNR, per di più ed ero stata cresciuta da mio padre, insomma ero un maschiaccio in gonnella.
Al mio arrivo, ho dovuto dimostrare di saper usare saldatore, wrappatrice, oscilloscopio
Ricordo che quando mi misero in mano il tutto e mi dissero vai, c’erano molte facce perplesse ma con un po’ d’aiuto di Bertaccini, che era allora il capo dei montatori del laboratorio, e che ringrazio ancora oggi, me la cavai egregiamente.
Non ci furono difficoltà con i colleghi uomini, qualche problema per il fatto di essere un ingegnere donna si verificò nei contatti con i militari ,
In una delle prime missioni a Livorno, a Maritelerada, eravamo lì per testare il Digital Scan Converter, fui sottoposta ad un vero e proprio esame tecnico, ma da quella secchiona che ero stata a scuola, lo superai a pieni voti.
Sempre sui rapporti con i militari, un altro aneddoto, questo raccontato da Marina Grossi, allora collega che lavorava alle Monografie SMA.
Era a bordo di una nave, dove era stata accolta senza particolare entusiasmo, e mentre in sala macchine stavano testando i motori,scoppiò un incendio .
Tutto ciò avrebbe confermato la vecchia superstizione che le donne sulle navi portano sfortuna!
Il mio primo incarico in SMA fu il progetto e realizzazione di un circuito per la trasformazione dei segnali analogici in digitale di una tracking ball;il mouse di oggi .
Allora eravamo agli albori della tecnologia digitale
I primi convertitori A/D (analogico digitale) ed il contrario i D/A spesso erano portati brevi manu dai rappresentanti esteri; noi eravamo i primi a comprarli e l’idea di affettare il segnale analogico in tante fettine digitali ci paragonava a dei salumai.
Il lavoro in SMA era di grandissima soddisfazione per l’alto livello tecnologico, Il progettista era libero nelle sue scelte ed avevamo contatti con le aziende leader nei vari settori ma poi il nostro ufficio acquisti doveva ammattire non poco per riuscire ad avere quei componenti speciali e costosi in numero sufficiente per la produzione.
L’ambiente dei progettisti era molto giovane, sotto i trent’anni, direi che numerose, per non dir tutte erano le eccellenze che i vari team riuscivano ad esprimere.
Il tutto non disgiunto da un certo spiritaccio fiorentino: appena entrata chiesi cosa vuol dire SMA?
Mi fu risposto: Segretarie molto attraenti,
Ricordo anche il caso di ragazzi assunti prima di fare il servizio militare di leva, ai quali fu conservato il posto fisso congelato fino al loro ritorno!
Una cosa oggi impossibile ma anche allora non comune,
Quello che distingueva la SMA allora dalle altre aziende era lo spirito di appartenenza da parte di tutti i dipendenti.
Venivano realizzati prodotti di alta tecnologia che però erano allo stesso tempo prodotti di eccelso artigianato, personalizzati sulle richieste del committente.
Quindi erano necessarie ed essenziali le capacità sia di produrre documentazioni relative ai nostri apparati chiare e facilmente interpretabili dal personale di bordo, sia che la fase di sviluppo avesse tempi ridottissimi.
Disegnatori e montatori riuscivano a realizzare, a tempi di record, in forma definitiva e senza errori le nostre schede elettroniche prototipali.
La parte meccanica era curata fino a livelli inimmaginabili, in particolare era curata la precisione delle antenne per non parlare dei percorsi per me misteriosi delle guide d’onda.
Se si aggiungono poi i manicaretti della Lisa, la cuoca, viene fuori quello che eravamo. Un coacervo di esperienze diverse che marciavano all’unisono, come un grande orologio fatto di tanti ingranaggi e rotelline che si muovono in armonica sintonia.
Tutto è stato entusiasmante, sicuramente per me fino al 1985.
Dopo, molte cose cambiarono, intanto per quel che mi riguarda divenni mamma, poi un calo di lavoro e la presenza dell’azionista in azienda suscitarono qualche timore; si sospettava, infatti, che si stesse preparando la vendita dell’azienda.
Cominciarono le prime dimissioni volontarie, io stessa cominciai a guardarmi intorno e nel 89-90 partecipai ad un concorso alla Regione per uscire.
E così fu.
Mi sono riconvertita, riciclata, se vogliamo dire così, sono passata ad un lavoro più compatibile con il mio ruolo di donna e mamma, avevo avuto anche un’altra figlia, ma posso dire che l’esperienza acquisita in SMA mi ha consentito di vivere di rendita per molto tempo nella mia nuova attività lavorativa.
Ed ora, per finire, un cenno lo vorrei fare alla mia prima cena del Sammartino, era il Dicembre del 1979 ed ero stata assunta da appena un mese.
Con una certa sorpresa mi trovai a mangiare alla tavola, come tutte splendidamente apparecchiata, dove c’era anche l’Amministratore Delegato, insieme a tre o quattro altri colleghi neo assunti, come me.
Mi sembrava di essere sotto una lente di ingrandimento. Ero un po’ intimidita e me ne stetti impettita e compunta.
Ma, terminati i discorsi della dirigenza, consegnate le medaglie Sammartino d’argento, dopo i brindisi e le foto, mi rilassai e con un certo numero dei più giovani decidemmo di finire la serata a ballare.
La voglia di trovarci fra colleghi e stare insieme anche dopo il lavoro è una piacevole usanza che per me, ebbe inizio quella sera e che continua fino ad oggi.
Ma direi non solo per me, visto l’incredibile numero di presenze che ancora ogni anno partecipa ai pranzi di Natale, pranzi per cui un grazie speciale va a Tanturli e Bertaccini per il loro impegno nell’organizzarlo.
I ricordi sono tanti e tanta la voglia di parlarne ma il tempo è tiranno …quindi vi ringrazio per l’attenzione e termino qui.
Un altro che non si può non ricordare è Luigi Pezzano, capo del servizio assistenza clienti. È nato nel 1939 e alla S.M.A., in lungarno Cellini, entrò intorno all’anno 1957 e fu assegnato al reparto Collaudo. È sempre stato a lavorare a giro per il mondo e ricorda che appena arrivato fu mandato alla Fiera di Milano dove nello stand della Marelli era presente un nostro radar 3N10 con l’antenna montata sull’altissima torre che era all’ingresso e sulla quale dovette arrampicarsi, perché, ovviamente, il primo guasto avvenne lassù.
All’estero ricorda il Canada dove lavorò con Coppi e dove dice, “finalmente avemmo un radar come si deve, con quelli di prima c’era da diventare matti.” I quattro radar da istallare a bordo delle navi della classe Iroquois, se li fece tutti e ricorda le navigazioni sul fiume San Lorenzo dove era il cantiere navale e la base della Marina.
Con lui si entra nel discorso del SPQ5 Sarchiapone, un radar coperto da segreto rigorosissimo allora e sensibile ancor oggi. (Walter Chiari e Carlo Campanini)
INTERVENTO DI LUIGI PEZZANO
Buongiorno, come il Dott. Samoggia ha detto, appena assunto nel 1957 fui assegnato al reparto collaudo apparati e alla loro assistenza a bordo delle navi.
Una specie di staffetta con l'amico Umberto che è continuata per più di 30 anni.
A proposito del cosiddetto Sarchiapone, mai nome fu più appropriato date le sue dimensioni e la assoluta segretezza che lo circondava.
Dopo una laboriosa e difficile installazione a bordo di nave Alpino dove lavorammo 24 ore al giorno per rispettare il programma di partenza per gli Stati Uniti e dopo le prime prove, toccò a Vezzani di finire nell'Artico mentre io me la passavo un po' meglio in quel di Portorico. Qui ebbi l'incarico di fare assistenza al Sarchiapone installato su un caccia degli USA nella base militare di Pearl Harbor nelle Hawaii per le prove in mare.
L'apparato era complesso, con i segnali che dovevano essere inviati a vari visori. Un trasmettitore da 1500 Kw e un sistema di scansione e puntamento molto impegnativi. Ero solo, come un cane, in quanto allora non potevamo permetterci di inviare due o più tecnici nella stessa missione.
La cosa che mi capitò, in fase di messa in funzione, fu l'avaria di un oscilloscopio della Hewlett Packard che costava un sacco di soldi, e che, ricordo bene, era stato un vero problema farlo arrivare dagli Stati Uniti alla SMA, in quanto considerato materiale strategico. Ero quindi nella disperazione più nera e con le mani nei capelli non sapendo che pesci pigliare, quando mi raggiunge il mio collaboratore tecnico americano, un certo Jonny, che saputo il fatto mi fece un lungo discorso del quale, un po' per il mio inglese, un po' per il suo slang e un po' per i miei pensieri, non badai molto. Invece fu la mia salvezza, perché dopo una mezzora, dondolando dal suo metro e novanta di altezza, ritornò da me portando l’oscilloscopio, quella cosa per la quale mi ero preoccupato da pazzi, lui, in poco tempo, aveva ottenuto i permessi, lo aveva prelevato e me lo lo stava portando. L’avrei baciato!
Facciamo tutte le prove e tutti i controlli e finalmente annuncio che si può provare ma mi rispondono che non si può; “come non si può andare in trasmissione” ribatto “domattina si va via con questo coso senza averlo provato? E poi ci troviamo in mezzo all’Oceano e non funziona!” Ripetono non si può provare, si prova soltanto quando saremo a 250 miglia da Honolulu. Qui non si può provare perché qui è pieno di spie, di intercettazioni e con questa emissione strana, loro captano e quindi non si può mettere in funzione. Si andò a 250 miglia e per fortuna tutto funzionò.
Provo a fare con lui un cenno a riguardo alla validità del Sarchiapone e sui risultati ottenuti.
“Rimarrà sempre un mistero!”
E qui finiamo, quando il segreto è segreto assoluto!
Pezzano continua:
A proposito di grandi apparati un cenno agli SPQ3. Erano 6 sistemi piazzati sull’Adriatico. Erano dei bei radar e ci ho lavorato moltissimo. Erano radar di sorveglianza costiera con due antenne una per guardare lontano e una con un’alta definizione aumentata dall’antenna “back to back” e per la possibilità di variare la velocità di rotazione. Con questa antenna si potevano vedere gli spruzzi di acqua prodotti dalle mine sganciate in mare. Con l’aiuto di un sistema fotografico si potevano guidare i sommozzatori sul punto di caduta con approssimazioni di pochi metri.
Gli SPQ3 vennero poi in parte sostituiti dal Cora che fu la continuazione del Sarchiapone per la scoperta lontana.
Voglio ricordare anche un mio intervento sul Vespucci in porto a Trieste nel 1965, un giorno che soffiava una Bora micidiale e il comandante Agostino Straulino, un grande campione di vela, mi proibì di andare sulla coffa dell’albero di mezzana dove c’era il guasto da riparare.
Allora non era come oggi che trasmettitore e ricevitore sono in basso. Ambedue erano attaccati all’antenna, secondo la tecnica “Piattelli”, per avere un segnale migliore.
E vorrei ricordare anche l’intervento che facemmo sul radar del sommergibile Enrico Toti a Monfalcone. Erano quattro i sommergibili italiani, gli altri tre erano l’Enrico Dandolo, l’Attilio Bagnolini e il Lazzaro Mocenigo.
A causa di un progettista della Riva Calzoni, che realizzò il contenitore stagno a forma di pesce, una forma idrodinamica inutile e irrazionale, impazzimmo per un mese a tentare di infilare tutti i nostri aggeggi in quella forma, finché decidemmo di prendere per il collo l’ingegnere e lo costringemmo a cambiare e fu fatto un contenitore ovale che si apriva normalmente e dentro al quale alloggiammo senza problemi il nostro apparato.
Mi occupai anche delle motovedette della Guardia di Finanza e non dimenticherò mai alcune scenette facilmente immaginabili del contrabbando di sigarette a Napoli.
Un altro breve cenno devo farlo sui circa 40 dragamine amagnetici della classe Legni poi Abete e Mandorlo, sui quali, per conto della NATO montammo, negli anni ’50 ’60 il nostro radar 3ST7- DG di cui ho seguito personalmente dalla installazione, al collaudo, alla manutenzione, senza trascurare i molti mal di mare tipici di quel tipo di barche, il tutto condito con 100.000 chilometri percorsi in treno per raggiungere le varie basi.
L’assistenza clienti S.M.A. migliorò nel 1974 la sua efficienza sia per l’intervento di Carta sulla qualità sia di Cortesi in logistica e per la collocazione del servizio alle dipendenze della Direzione Commerciale e di Corsello. Una collocazione più appropriata perché l’assistenza ha un peso notevole sui risultati di vendita e, come era prevedibile, quella decina di uomini oltre a me fra cui Torrini, Masoni, Galletti, Milani e tutti gli altri che si erano aggiunti via via nel tempo, svolsero il loro ruolo in modo eccellente e valido.
Mi piace inserire qui una lettera del 10 febbraio 2014, inviatami dall’ingegner Gianfranco Vezzani che racconta invece la sua avventura col Sarchiapone, in Atlantico settentrionale a bordo della fregata Alpino.
È un esempio di comportamento al limite, ma non infrequente, di attività svolte da dipendenti della Società e dello spirito che animava i nostri collaboratori.
LETTURA DI STEFANO
Caro dottore,
l’episodio che mi ha chiesto di raccontarle, che fa parte di una lunghissima storia che lei ben conosce, ha inizio il giorno 8 aprile 1973, all’aeroporto di Fiumicino, con un appuntamento con il neo promosso ammiraglio Calzeroni ed i Capi di Prima Classe della M.M.I. signori D’Alto e Fusari.
La destinazione era nave Alpino a Boston, USA, al fine di riunirci con il Gruppo Speciale e partecipare ad una esercitazione con il radar SPQ5, in Atlantico del Nord, congiuntamente ad una squadra navale della Marina Militare Americana.
Nave Alpino si trovava negli States per condurre due sessioni di esercitazioni con questo Sistema sotto sperimentazione.
Una era prevista si svolgesse in acque tropicali (Porto Rico e Bahamas), l’altra in acque artiche. Data l’importanza la M.M.I. chiese alla S.M.A. assistenza per tutta la durata delle esercitazioni.
La sessione tropicale fu seguita da Luigi Pezzano e la sessione artica da me, considerata la più delicata per la partecipazione diretta di Skolnik su nave Bronson, fregata della Marina Militare Americana che disponeva di un radar identico a quello di nave Alpino.
Bergman, primo assistente di Skolnik, fungeva da osservatore sulla nostra nave. L’esercitazione aveva lo scopo di validare i principi peculiari del sistema, in un ambiente estremo.
Per l’occasione il Gruppo Speciale era al gran completo e non poteva certo mancare il suo ideatore e capo, l’ammiraglio Calzeroni, nonché colui che aveva seguito la sperimentazione fino dai suoi albori, l’uomo storico degli operatori, Capo D’Alto.
Il 10 aprile 1973 alle 17, nave Alpino lascia Boston e si unisce alla squadra navale USA formata dalle fregate Bronson e Jhonson, dalla porta aerei Guam, dalla nave appoggio-cisterna Waccamaw, da una o due unità navali che avevano funzione di bersaglio radar di cui non ricordo né tipo né nome.
Inizia così la navigazione verso la zona artica con la previsione di arrivare al 65° parallelo, zona di mare compresa tra il Canada e la punta della Groenlandia. Questo era il teatro previsto dell’esercitazione finale.
La navigazione prosegue con un mare che normalmente aveva forza 3-4 fino a giungere forza 7, la domenica delle Palme, il 15 aprile! Per una fregata di sole 1.500 tonnellate di stazza come nave Alpino si tratta di una cosa veramente impressionante.
Il 18 aprile si intravede il Pack e si notano i primi iceberg. La decisione è di non correre inutili rischi addentrandosi fra i ghiacci. L’esercitazione si terrà quindi in questa zona (60° 61° parallelo) e inizierà il giorno 21 aprile. . Durante tutto il viaggio di avvicinamento, dato che i bersagli erano in zona, si tengono esercitazioni preliminari di addestramento sotto il vigile occhio di Bergman che, puntualmente riferisce a Skolnik sul Bronson.
Queste esercitazioni preliminari hanno permesso di portare l’apparato, sotto la diretta guida e secondo le indicazioni degli operatori radar, nello stato ottimale per gli operatori (il processo di rivelazione del bersaglio era molto empirico).
Il 21 aprile si avvicina ma, coerentemente con la famosa e famigerata “legge di Murphy”, il 19 alle ore 16 circa il nostro radar va in avaria segnalando “bassa pressione gas”; cosa sarà accaduto?
A tutti si gela il sangue: tra meno di due giorni avrà inizio l’esercitazione finale, quella per cui tutto questo spiegamento di mezzi è avvenuto e si è arrivati in questo luogo così lontano e inospitale. Io e Capo D’Alto ci precipitiamo sul gruppo antenna, arrampicandoci sulle sovrastrutture della nave, il mare non è proprio tranquillo, forza 3-4, il freddo è pungente, gli iceberg passano ai bordi della nave e il buio incombe.
Apriamo un portello del gruppo antenna e, con estremo disappunto, notiamo una fuoriuscita di liquido del circuito di raffreddamento. Viene smontato un alimentatore che necessita di essere asciugato. Il mare non permette di lavorare in sicurezza lassù in cima e la notte si avvicina, per cui in attesa di decidere sul da farsi portiamo al coperto l’unità da “asciugare”.
L’Ammiraglio e tutto il Gruppo sono fortemente preoccupati per non dire nel panico, si percepiscono in giro sommessi commenti non proprio lusinghieri: “non saremo in grado di fare l’esercitazione; quelli del Bronson ci faranno le scarpe; che figura ci facciamo...” e chi più ne ha più ne metta.
Bergman osservava in silenzio, non senza un’aria di scetticismo; sicuramente Skolnik è già informato.
Io e D’Alto eravamo nell’angolo più illuminato della COC (Centrale Operativa di Combattimento), in silenzio, con phon e stracci, intenti ad asciugare l’alimentatore, che una volta asciugato avrebbe dovuto
tornare a funzionare… almeno si sperava.
Ad un certo punto l’Ammiraglio con il comandate Sartoris, con lo sconforto in volto, mi rivolgono una domanda molto precisa: “siamo fermi cosa facciamo?”. Io, giudicando che il guasto ormai accertato era di lieve
entità e confidando nella buona probabilità di una rapida riparazione, e con l’intento di minimizzare spostando il problema da una iniziale presumibile elevata complessità elettronica ad un livello assai inferiore, in uno slancio di vernacolare fiorentinità, con molta calma e candore esclamo: “Ammiraglio non si preoccupi, in fondo per quello che c’è da fare non occorre un elettronico, basta un trombaio!”.
Tutti scoppiarono in una fragorosa risata per la quale rimasi stupito, ma subito colsi il senso del divertente malinteso. I miei interlocutori non erano fiorentini e per loro la parola trombaio non identifica come da noi l’uomo che ripara i tubi dell’acqua, ma richiama per assonanza, attività assai diverse e più piacevoli! Comunque l’uscita servì a sdrammatizzare la situazione e in S.M.A. la frase “roba da trombai” passò alla storia come qualcosa che era magari faticoso ma non complesso.
La tensione scese, il giorno seguente alle 5 di mattina: io e capo D’Alto, opportunamente imbacuccati, in mare aperto, con i ghiacci vicini e con un freddo cane, imbracati e legati siamo in antenna. La scatola CAF e l’alimentatore vengono riposizionati e connessi.
Si riaccende il radar, ma non basta, al momento dell’entrata in trasmissione si nota una forte scarica nella tromba dell’antenna, dovuta al formarsi di condensa durante la notte, ironia della sorte abbiamo ancora a che fare con trombe!
Viene asciugata anche questa e finalmente l’apparato torna perfettamente in funzione.
Sono circa le sette di mattina, torniamo in COC intirizziti dal freddo e sconvolti dal mare; ad attenderci c’è l’Ammiraglio con un radioso sorriso sul volto e una tazza di caffè caldo.
Bergman appare notevolmente sorpreso, in quanto nella efficientissima America certe riparazioni in certe condizioni, nemmeno si sognano di eseguirle!
Il giorno dopo, 21 aprile, alle 18 inizia l’esercitazione che durerà ininterrottamente per 48 ore.
Passiamo domenica 22 aprile, Pasqua di Resurrezione, assistendo all’esercitazione navale in zona artica, facendo turni di guardia di otto ore alternandomi con Capo D’Alto.
Il 23 aprile alle 19 circa l’esercitazione termina, l’apparato viene spento, l’Ammiraglio con tutto il gruppo speciale sono visibilmente soddisfatti e si complimentano per il fattivo supporto.
Inizia la navigazione di rientro verso New Port che viene raggiunta il 1° maggio, dopo 21 giorni di navigazione ininterrotta. Qualcuno a bordo azzarda che non è stata una “crociera” bensì una “crociata”!
Scendiamo a terra, i nostri primi passi sono molto incerti ed è una strana sensazione di “mal di terra”!
Tutto passa grazie ad una immensa American Steak ben grigliata, con tante patatine fritte e salse varie, una cosa che, a bordo, decisamente mancava.
Arriva ora il quarto e ultimo intervento di uno SMAino.
E’ Marco Torrini che, da un osservatorio privilegiato come quello del servizio Assistenza Clienti, oltre ad aver installato e fatto la manutenzione di molti apparati, ha seguito da vicino l’avventura del Sistema Teseo Otomat e ce ne racconterà qualche pezzo
INTERVENTO DI MARCO TORRINI
Le prime consolle di lancio realizzate dalla S.M.A. si chiamavano OMAC ed erano state installate su tre pattugliatori venezuelani P11, P13, P15 realizzati in Gran Bretagna che avevano a bordo due lanciatori di missili ciascuna.
Il primo lancio del Teseo avvenne da terra, poi, sia pur ancora nelle fasi iniziali, i lanci avvennero da nave Quarto che era un trasporto adibito a questa funzione che aveva base a Cagliari.
I lanci avvenivano nelle acque del poligono a oriente della Sardegna. (FFF 2 Fumaiolo)
L’evento importante e veramente eccezionale del programma, per il risultato conseguito, fu proprio il primo lancio guidato con testa radar S.M.A., senza carica esplosiva, che avvenne il 23 luglio 1974 dal Poligono di Salto di Quirra in Sardegna.
Tutta la Società era in ansiosa attesa di questa prova e in tale attesa insieme agli uomini della S.M.A. c’erano anche gli uomini della OTO Melara e della Marina Militare Italiana che avevano seguito il programma.
Per quel lancio il bersaglio era costituito da un vecchio dragamine inglese, con uno scafo molto basso da cui sporgeva unicamente un lungo fumaiolo, sola parte che era all’altezza del volo terminale del missile, per cui fu considerato opportuno tendere su delle alte aste, una rete da prua a poppa del bersaglio, in modo da trovare qualche traccia del passaggio nel caso che il missile avesse, come si sperava, almeno sorvolato lo scafo. (FFF missile in volo)
La sorpresa generale, al di là di ogni aspettativa, fu di trovare dopo il lancio, il bersaglio con il fumaiolo che aveva un grande foro al centro, così preciso che ai lati erano rimaste due uguali porzioni di lamiera che ancora lo mantenevano dritto. Il missile aveva attraversato con estrema precisione l’unica cosa che si trovava alla sua altezza. Le reti non servirono. Questo fu il primo di una lunga serie di successi, che si prolungò per 5 anni in condizioni operative sempre più complesse.
Il primo sistema prototipo Teseo installato a bordo di una nave fu sull’aliscafo Sparviero. (FFF Aliscafo)
Lo Sparviero era il prototipo di aliscafo fatto dai cantieri insieme alle società di armamento per verificarlo nel suo complesso e da questo aliscafo fu fatto con successo un primo lancio il 1° ottobre 1979.
L’aliscafo da cui fu effettuato il lancio successivo fu il Nibbio, il primo della serie dei sei aliscafi della Marina Militare Italiana che stavano di base a Brindisi.
Quella volta però siamo partiti da La Spezia e siamo arrivati in Sardegna al poligono di lancio, abbiamo sparato con successo e siamo rientrati la stessa notte a La Spezia. Le nostre apparecchiature erano quelle di nuova generazione progettate per le piccole imbarcazioni.
Concluso con un grandissimo successo il contratto di sviluppo la M.M.I. ordinò alla OTO Melara i sistemi Teseo per le nuove Fregate classe LUPO e i relativi missili. (FFF3 Missile Teseo)
Il primo sistema fu installato su nave LUPO: era il primo sistema veramente di serie e il lancio nel programma di qualificazione in modalità TG1 avvenne il 7 ottobre 1978 ed ebbe un enorme successo sia per i componenti del sistema e dei radar della S.M.A. sia per il missile, anche perché era la prima volta che i missili e i relativi componenti, e in particolare la testa S.M.A., uscivano da una linea di produzione senza la supervisione e i controlli del reparto sperimentale.
Il successivo lancio era previsto con modalità TG2 cioè con l’assistenza dell’elicottero. La distanza del bersaglio era di circa 70 Km, ben oltre l’orizzonte.
Il giorno del lancio, 23 novembre 1979, era una giornata di mare forza 4 con vento di 18 nodi che disturbava non poco il traino e il posizionamento del bersaglio, ma il comandante del Sagittario, Benito Maggio, futuro Ammiraglio di Squadra, non volle sentir ragioni e decise di effettuare il lancio: la Nave imbarcò i missili a Cagliari, il rimorchiatore con il bersaglio superò in qualche modo capo Carbonara e l’isola di Serpentara, arrivò nella zona di lancio e dopo lunghe trattative con il comando del poligono che voleva rimandare il tutto, Maggio si impose e il lancio fu effettuato. Il successo fu enorme perché tutti si resero conto che era un vero lancio operativo al di là dell’orizzonte e con condizioni meteo difficilissime; in particolare furono messi a tacere i denigratori della soluzione sea skimmer della testa con guida nel solo piano orizzontale ideata da Maurizio Piattelli.
Il “Doppio Lancio Stefanini”
Il 1° luglio 1979 avvenne in Venezuela quello che dal dottor Samoggia fu chiamato il Doppio Lancio Stefanini. Unica volta in tutta la vita del missile Teseo Otomat che un lancio, per di più raddoppiato su ordine dell’Ingegner Stefanini, non colpì il bersaglio.
Me lo ricordo bene perché si tornò a casa a giugno per votare in Italia e rientrati in Venezuela fummo segregati all’isola di Orcilla. All’andata da Caracas ci portarono con un DC3, un Dakota, aereo storico, all’Orcilla dove imbarcammo su una delle cannoniere. Erano presenti all’operazione oltre a Stefanini, i presidenti del Venezuela Luis Herrera Campins e dell’Ecuador vice ammiraglio Alfredo Polveda, e c’erano anche Dario Sturmann e Roberto Federigi dell’OTO Melara.
I due lanci andarono male perché fra le decine di modifiche al seeker che erano state richieste con urgenza ed erano state apportate in fretta, c’era anche quella dello STC, tesa ad evitare contromisure dell’ultimo momento e che invece provocò l’unico caso di mancato bersaglio.
Accadde infatti che quando il missile scese a 7 metri sul livello del mare per andare a colpire la nave all’altezza prevista, la modifica effettuata fece sì che vicinissimo al bersaglio il lobo principale del radar venisse accecato e si agganciasse il lobo secondario passando a lato del bersaglio.
Questo doppio lancio venezuelano, sostiene Samoggia, fu un errore “blu” di Stefanini, ma, occorre dire che “poveromo”, aveva sul collo il fiato di due Presidenti di Repubblica.
Ancora più grave, insisteva Samoggia, visto che era a capo di una Società come l’OTO Melara e vicepresidente della S.M.A. e per di più era un ingegnere e sapeva che dalla S.M.A. le teste uscivano tutte perfettamente uguali: come ha potuto comandare il lancio del secondo missile?
Dobbiamo però dire esattamente come andò il primo lancio, dopo una incertezza iniziale del distacco del booster il missile compì il suo percorso regolarmente fino ad agganciarsi al bersaglio.
Io ero a bordo, davanti alla consolle e vidi tutto: “Bersaglio agganciato! Bersaglio agganciato!”, si gridò e poi d’improvviso sparì tutto. Appena si chiuse l’occhio del seeker a causa della modifica dell’STC tutto si annebbiò e il bersaglio sparì.
Alla Spezia su indicazione di Piattelli, che capì subito cosa era successo, furono fatte verifiche e si resero conto della causa, non occorsero nemmeno 10 minuti per capire.
La storia dell’STC ha un padre e una madre. Fu una scelta di controcontromisure che ebbe effetti imprevisti, non fu una svista o una disattenzione. E poi, siccome le teste S.M.A. erano note per essere tutte perfettamente uguali, la ripetizione del lancio fu una scelta spiegabile solo per la situazione di emotività che si era creata, ma non giustificabile sul piano razionale.
Federigi mi disse che tentò di non far lanciare il secondo missile, ma Stefanini non volle sentir ragioni, e nessuno degli altri presenti, anche più importanti, lo aiutò a dissuaderlo.
“Quando successe il patatrac, noi incolpevoli fummo lasciati sull’isola a marcire… per punizione! A mangiare pane e acqua!”.
Samoggia non voleva crederci. “Fu così, quanto è vero che mi chiamo Marco Torrini, io ho mangiato per 10 giorni carne mechada, una specie di spezzatino in salsa rossa e cotta in condizioni igieniche precarie, tanto che ci si trovava dentro le mosche… Orcilla era un posto dove se dormivi con un piede fuori del lenzuolo la mattina te lo trovavi gonfio così perché c’erano delle zanzare che sembravano elicotteri; per lavarsi l’unica via era il bagno in mare con sapone al catrame, e ci hanno lasciato lì per 10 giorni.
Quelli che erano nella stazione a terra andarono via subito con i Comandanti, con Stefanini e i due Presidenti, e io e Milani con altri quattro, Luciano Canese, un certo Alessandro Gazzola e altri due o tre della OTO Melara fummo lasciati lì”.
Analizziamo le cause. Era stato richiesto alla S.M.A. di fare modifiche sul tema contromisure, anche esagerate, in una maniera anche impropria, perché c’erano stati contatti diretti fra Piattelli e lo Stato Maggiore, parlavano fra di loro. Di queste cose trattava lo Stato Maggiore e andò così!
Stefanini voleva far bella figura, c’era da far scegliere all’Ecuador e poi c’era anche il Venezuela che aveva dubbi. E poi lui era fatto così, in fondo impulsivo, e anche Sturmann, che aveva una posizione più importante ed era il più anziano, non fu abbastanza forte e deciso da impedirglielo.
E ritorniamo ai lanci, dopo il primo si capisce tutti che c’è un’anomalia nella testa e lasciamo andare torti e ragioni: ma lanciare il secondo fu il vero errore sostiene Samoggia. Una decisione presa da un ingegnere, circondato da ingegneri, che sapevano tutti che le teste della S.M.A. erano veramente tutte uguali, tant’è che il secondo missile si comportò esattamente come il primo. Fu una fotocopia del primo”.
Per SMA, paradossalmente fu un successo!!
Il marchio S.M.A. era diventato molto noto nel nostro ambiente, una specie di sicurezza dal punto di vista tecnico e dell’affidabilità e aveva conquistato anche all’estero una discreta notorietà quasi come la sigla OK del famoso ingegnere che si diceva non sbagliasse mai.
Poiché di lanci Teseo ne erano avvenuti a decine e non ne era mai fallito nessuno, questa continuità positiva e la relativa notorietà della “casa”, salvò noi e l’OTO Melara dagli effetti perniciosi che avrebbero potuto derivare dalla frittata venezuelana.
La notizia infatti ebbe grande risonanza nell’ambiente e fece un grande rumore iniziale, ma una volta cessato il frastuono e chiarite le cause, tutto si calmò e tornò come prima, ripercussioni gravi sul futuro del sistema Teseo non ce ne furono e il comportamento identico dei due missili confermò la garanzia di qualità e affidabilità della testa cercante S.M.A.
I lanci Teseo con bersaglio oltre l’orizzonte
Furono effettuati anche lanci Teseo oltre l’orizzonte, nel Pacifico da fregate della Marina Peruviana.
Sul numero 1 del 1982 della Revue Internationale de Défense si riporta:
Dalla Meliton Carvajal, fregata peruviana della classe Lupo si è effettuato nello scorso ottobre (1981), a nord-ovest di Lima in alto mare nell’Oceano Pacifico, un lancio di missile antinave Otomat Mk2 contro un bersaglio alla deriva, un incrociatore della classe Fletcher. La fregata lanciamissili si muoveva alla velocità di 36 nodi su un mare forza 3. Un elicottero da combattimento ASM AB 212 che era decollato dalla fregata 45 minuti prima del lancio corresse la direzione del missile in volo di 58 gradi. Questa procedura è intervenuta allorché il missile che aveva già percorso 84,1 km stava passando vicino all’elicottero e da quel momento ha dovuto percorrere ancora 40,3 km prima di raggiungere il bersaglio. A 119 km è avvenuto l’aggancio del bersaglio da parte del radar del seeker SMA ed è cominciata la fase di attacco mentre il missile volava a 5 metri di altezza sul mare e dopo 124,3 km di volo. Il bersaglio è stato colpito a livello delle sovrastrutture e dei ponti superiori.
Di un secondo lancio oltre l’orizzonte da una nave della Marina del Perù si dà notizia su un quotidiano locale che informa:
Per la seconda volta nella storia della Marina da Guerra del Perù fu lanciato ieri con risultato positivo un missile Otomat MK2 in alto mare all’altezza del Callao, dal BAP Monteiro ad una distanza di 124 km dal bersaglio.
Per l’operazione realizzata con il bersaglio posto ad una distanza superiore alla possibilità di visibilità del radar della nave, in quanto oltre l’orizzonte, si impiegò come punto intermedio un elicottero ubicato a 80 km dalla nave lanciante, il quale rettificò la direzione del missile mediante un segnale elettronico indirizzandolo sul bersaglio.
E mi lasci dire anche un’ultima cosa sui nostri prodotti, erano eccezionali in termini di qualità e di efficacia operativa e potevano contare su una assistenza tecnica molto buona e rapida. Tutti dicevano che avevano prezzi alti ma ammettevano che li valevano. E i radar erano validi, affidabili e di alta qualità fin dai primi. Gli storici radar di navigazione 3RM20 che sono andati avanti per oltre 10 anni e poi hanno proliferato molteplici variazioni di avanguardia, avevano caratteristiche che sorprendevano tutti, dai tedeschi ai canadesi. Ad esempio a Brema durante dei collaudi su imbarcazioni piccole, l’operatore vedeva nel canale i gabbiani in volo! E un’altra volta in navigazione sulla fregata Athabaskan della Marina Militare Canadese, dove ci avevano richiesto di collegare al radar più di un display e occorreva una modifica che io, teleguidato da Firenze da Piattelli, ero riuscito a fare. Al rientro in porto, risalendo il San Lorenzo, vedevamo, fra la meraviglia di tutti, le boe che limitavano il percorso! Eravamo alla fine degli anni ’60!
Prima di finire lasciatemi dire un’altra cosa.
Nel suo periodo, dottore, avevate fatto una bella società, e non lo dico perché ci ho vissuto e ne ho tratto grandi soddisfazioni, per cui potrei non far testo, ma posso dirlo perché quando si andava fuori targati S.M.A. si aveva chiara la percezione che tutti ci rispettassero come persone e come tecnici. Si sapeva che alla S.M.A. in quel periodo, si facevano tante cose e la gente intorno a noi, specialmente nell’ambiente dei tecnici, erano colpiti; si sapeva del Marte, si sapeva di Stiletto, si sapeva dell’aliscafo con i Rodriquez, del carro antiaereo e (FFF MAFIUS)
anticarro Otomatic e via dicendo, si sapeva che erano in ballo tante cose alla S.M.A. e nell’ambiente tutti ne parlavano. Io avevo il polso di quelli fuori e anche il fatto che si progettassero e si producessero missili sotto gli olivi faceva il suo bell’effetto. E non parlo solo dei tecnici, lei sa che io ero quasi sempre fuori da solo e frequentavo i Comandi Generali nei vari Stati, avevo contatti con Ammiragli, con molti ufficiali superiori e ho sempre avuto considerazione e rispetto da tutti e non era solo per il mio personale comportamento ma principalmente “perché ero S.M.A.”. Io non ho memoria di aver mai avuto un rimprovero o una osservazione men che corretta da nessuno dei miei interlocutori, di nessun livello. E questo era certamente dovuto all’immagine che avevamo, e non accadeva solo a me accadeva a tutti noi della S.M.A.
Le voglio narrare una cosa anche per sottolineare quello che ho detto. A quei tempi il prezzo di un tecnico in trasferta, in uno di quei luoghi che frequentavamo, era di 1000 dollari al giorno e gli ufficiali, specialmente dei paesi tipo Venezuela, Ecuador e Perù dove io ero spesso, lo consideravano un prezzo molto elevato e sovente richiamavano vibratamente tecnici di altre società che secondo loro non davano per quanto erano pagati.
A me, a Marco Torrini, non è mai accaduto di avere un rimprovero di questo genere, anzi, al contrario, sapeste quante volte mi è stato offerto di cambiare casacca anche con proposte di emolumenti importanti, ma per me la S.M.A., Firenze e la famiglia non erano negoziabili.
Presentarsi come S.M.A. era sempre molto prestigioso e non avrei lasciato il posto per tutto l’oro del mondo, come ho fatto.
INTERVENTO AMMIRAGLIO GERALD TALARICO
Ha condiviso con noi la sua esperienza e la sua valutazione di apparecchiature della SMA istallate a bordo di navi di cui ha avuto il Comando in particolare del Sistema Teseo in diverse versioni
INTERVENTO DELL’AMMIRAGLIO VITTORIO DI CECCO
Ha narrato con dovizia di particolari le sue esperienze e valutazioni sulle apparecchiature SMA istallate a bordo di navi di cui ha avuto il Comando ed in particolare del sistema “Sarchiapone” nelle” sue evoluzioni.
Siamo arrivati all’ultimo atto.
Una esperienza gestionale matura fu trapiantata all’interno di un covo di cervelli molto ricettivo.
Ne emerse una organizzazione d’avanguardia: la struttura matriciale risultò efficientissima, il sistema della qualità di eccellenza, valida la metodica per la determinazione dei prezzi di vendita, il budget come obiettivo di tutti e di ciascuno e come sfida funzionò, manca ora solo un approfondimento sul punto essenziale per completare il quadro, quello della conduzione del personale. Fu il personale che fece girare come immerso nell’olio, tutto il complesso ingranaggio . Una gestione della macchina umana basata sulla cultura generale delle persone, sull’informazione diffusa e su due principi base, il buon esempio e “l’autodisciplina”.
Per inciso voglio ricordare che fu disegnato da un grande pubblicitario il nuovo marchio, se ne trasse una medaglia di argento, un simbolo battezzata Sammartino dal nome un po’ laicizzato della villa Sede della società, destinato, come puro simbolo a dipendenti, a clienti, a ospiti e visitatori.
Lo slogan con cui mi presentai il primo giorno fu “tiriamo tutti la fune dalla stessa parte e vedrete che i risultati verranno” e i risultati vennero.
Comunque su tutto dominò la gestione innovativa del personale che includeva oltre ai servizi tipici di ogni società, una serie di prestazioni non usuali, ad esempio uno sportello bancario interno, un professore universitario di medicina generale a disposizione un giorno alla settimana, uno psicologo laureato in medicina e psichiatria per smussare gli spigoli se pur rari e, tanto per gradire, l’eccellenza della mensa dove la Lisa con larga autonomia sceglieva e dominava.
Come conclusione sul tema delle Relazioni Interne col personale, che io considero la causa primaria dell’esistenza dell’Isola Felice e che poi conobbero il loro apice con la edificazione delle nuove aree operative firmate da Pierluigi Spadolini e tagliate sull’efficienza per l’azienda ma anche sulla gradevolezza per le persone.
Per far comprendere quale clima e atmosfera si fosse creata in azienda ascoltate un brano del discorso della cena del Sammartino del 1977
LETTURA DI STEFANO
(FFF 5 6 o più Medaglia, Marchio, diagramma, persone)
Ricordo che una ragione non secondaria che quattro anni fa facilitò la mia decisione ad assumere la direzione della S.M.A. fu che mi sarei trovato ad avere rapporti con dipendenti di livello professionale e culturale elevato, dai quali ci si potevano aspettare comportamenti civili ed urbani e con i quali sarebbe stato possibile perciò intrattenere un rapporto non basato esclusivamente sulla equazione comando /esecuzione e sulla applicazione di formule stantie da regolamento di disciplina, bensì un rapporto che, nel rispetto delle autonomie reciproche, consentisse un dialogo fra direzione e dipendenti per il conseguimento degli obiettivi comuni.
Alla scadenza del mio primo triennio di amministratore delegato mi sembra giusto, dal mio angolo visuale, fare il punto con voi, di come stia fluendo questo nostro rapporto.
Vorrei iniziare da un dato di fatto incontrovertibile, non così frequente in altre aziende delle nostre dimensioni: negli ultimi quattro anni, non è stato preso alcun provvedimento disciplinare nei confronti di nessun dipendente.
Ora, a chi osservasse con occhio disattento questo fenomeno, potrebbero prospettarsi solo due ipotesi:
– o tutti i dipendenti sono assolutamente perfetti;
– o la direzione è assente e non vede.
Nessuna delle due ipotesi è, secondo me, quella vera; ne esiste invece una terza: la direzione crede nell’autodisciplina dei dipendenti.
Nel mio ufficio a Milano avevo un quadretto con una scritta che adesso ho fatto riprodurre, per averlo anche qui a Firenze. Quella scritta dice:
“Dall’alto al basso della scala sociale l’ESEMPIO è la più bella forma di autorità”.
Non ci sono stati provvedimenti disciplinari ed è mia intenzione continuare a non prenderne perché conto molto sull’autodisciplina di tutti voi, sull’esempio dei capi, sull’esempio degli anziani, e conto molto su forme spontanee di civile comportamento che devono essere possibili, proprio in quanto so di aver a che fare con persone che hanno requisiti di cultura e di educazione tali da consentirlo.
E intendo, con questo tipo di gestione del personale, mediante colloqui come quello che sto avendo in questo momento con voi, e con discorsi come ho fatto a molti di voi singolarmente, stimolare, tutti, a forme di autodisciplina, di corretto comportamento, di efficienza professionale e produttiva.
Allorché comportamenti civili, urbani, vengono mantenuti all’interno della società, e il senso di responsabilità e l’etica professionale impongono a ciascuno in modo imperativo, di compiere il proprio dovere, allorché queste condizioni si verificano, non è necessario ricorrere a forme imposte di disciplina.
E vorrei a questo punto ricordare un’altra massima di un grande filosofo inglese che dice: “gli uomini fanno meno di quanto dovrebbero tutte le volte che non fanno tutto ciò che possono fare”. Tutti dovremmo averla sempre presente.
Mentre voglio dichiarare pubblicamente che la direzione è soddisfatta del comportamento tenuto dal personale e come mi sembra questa la sede giusta per evidenziare i comportamenti positivi, ritengo anche, senza far processi, ma anzi in quello spirito di chiarezza e di trasparenza che è il presupposto di questo tipo di rapporto, accennare a puro titolo di esempio e di meditazione, ad alcuni fatti che sono, a mio parere, sintomatici di comportamenti non ancora del tutto soddisfacenti.
Né io né nessuno degli altri dirigemti abbiamo piacere di vedere crocchi di persone che si defilano al nostro passaggio; se un crocchio di persone ritiene di perdere troppo tempo chiacchierando, deve interrompersi anche se non passa nessuno e se no deve continuare a conversare chiunque passi; questo è senso di responsabilità, è coscienza professionale, è comportamento civile, è autodisciplina.
Né io né nessuno degli altri dirigenti abbiamo piacere di entrare in una stanza dove c’è un’animata conversazione e con il nostro ingresso provocare silenzio di tomba; se si ritiene la conversazione troppo lunga o superflua si deve interrompere anche senza l’entrata di nessuno o se no si deve continuare chiunque entri, magari coinvolgendolo; questo è senso di responsabilità, è coscienza professionale, è comportamento civile, è autodisciplina.
Né io né nessuno degli altri dirigenti vogliamo inibire o fiscalizzare l’uso del telefono per casi personali speciali, ma se dalle 12 alle 13,30 e forse anche in altre ore che sono meno facilmente controllabili, è pressoché impossibile telefonare da e alla SMA, quando il telefono è, per una società come la nostra, uno strumento di lavoro e non un piacevole passatempo; auto controllarne l’uso per scopi personali è senso di responsabilità, è coscienza professionale, è comportamento civile, è autodisciplina.
Sono esempi che possono sembrare anche poco importanti, ma vogliono essere un modo per sottoporre alla vostra attenzione certe situazioni, e per sottolineare che attraverso un colloquio costruttivo sia possibile ottenere efficienza e produttività ottimali.
Io rilevo anche che nella nostra azienda, esiste un livello di affiatamento fra tutti i dipendenti assai elevato. Credo però probabile l’esistenza di un gap generazionale, di un distacco tra generazioni, che va attentamente tenuto sotto controllo e progressivamente assorbito con la collaborazione di tutti, anziani e assunti di recente. Infatti, se si considera che all’inizio del 1971 la S.M.A. aveva circa 220 dipendenti e alla fine del 1974 ne aveva 253 con un incremento pressoché trascurabile.
Al contrario perverrà ad oltre 380 dipendenti alla fine di questo 1977, si può facilmente dedurre che si pone quanto meno un problema di inserimento e di amalgamazione.
In particolare, si sono assunte 52 persone nel 1975, età media 23 anni, 38 persone nel 1976, età media 23 anni e mezzo, 60 persone nel 1977, età media 24 anni e mezzo.
Certamente un modesto contributo a quella che è una delle piaghe più gravi che affligge questa nostra Italia, se si esamina rispetto ai 600.000 iscritti alle liste speciali giovani, od anche solo ai 4.200 iscritti delle sole liste fiorentine, ma veramente sensibile e da gestire attentamente. Nell’ultimo triennio il personale è stato incrementato di circa il 50%.
Ora io mi voglio rivolgere in primo luogo a tutti i giovani che sono presenti in questa sala dicendo loro che mi rendo conto del fermento che rasenta la rabbia impotente che circola fra i giovani oggi in Italia; riesco a spiegarmi anche certe manifestazioni più turbolente, le spinte rivendicative conseguenti allo stato di insoddisfazione generato da una collettività in crisi economica, sociale, morale. Mi è anche comprensibile una loro drammatica intolleranza caratteristica in parte dell’età in cui gli impulsi predominano sulla componente raziocinante.
Devo però esortare coloro che sono entrati alla S.M.A., pochi eletti e privilegiati, che in parte per le loro qualità e la loro preparazione, ma in parte certamente, per la sorte benigna che li ha baciati, a considerare che cominciare a lavorare significa assumere maggiori responsabilità nei confronti di se stessi e della collettività in cui si opera.
Nei primi anni di lavoro il distacco appare ancora più duro perché muta l’ambiente in cui si è abituati a vivere, ma quando questo nuovo ambiente presenta caratteristiche quasi ideali per il tipo di attività, e per molte altre componenti economiche e sociali, allora ogni sforzo da parte vostra per far sì che non si deteriorino situazioni ottimali faticosamente raggiunte, non solo deve essere fatto, ma deve costituire un obiettivo imperiosamente e fermamente perseguito.
Ma un discorso ed una esortazione devo fare anche agli anziani, a coloro che per anni, lavorando indefessamente, in situazioni assai meno facili di quelle che gode oggi l’azienda, con entusiasmo, con dedizione, con elevata professionalità, a coloro che sono oggi i pilastri tecnici e operativi della S.M.A., che hanno contribuito a creare la S.M.A. che oggi vediamo, agli anziani dico che essi devono essere l’esempio ed il punto di riferimento per i più giovani e che essi non devono e non possono abdicare a questa funzione non devono rinunciare a questa loro prerogativa.
Nella staffetta dello sviluppo umano il testimone non può essere lanciato, va attentamente e accuratamente passato di mano.
Ecco ora una riflessione di Alberto Puccini che nasce dal modo di lavorare alla SMA.
Le espressioni a riguardo del lavoro alla SMA, da “... un esempio di eccelso ed evoluto artigianato…”che ritorna più volte nei nostri discorsi, a quella di un giovane neolaureato “… si progettava con larga autonomia e si era ascoltati ”, mi hanno fatto considerare che in un periodo in cui si predicavano utopistiche irraggiungibili uguaglianze, e si piangeva recriminando sul lavoro svolto a unico vantaggio dei padroni che si arricchivano, in SMA si creava invece l'ambiente idoneo per una cultura del lavoro che era espressione delle capacità e delle personalità dei singoli, manifestate con grande libertà e guidate con grande cura e attenzione. Il lavoro era sentito e voluto come opportunità di crescita e di autostima individuale, restituendo così all’impegno quotidiano quel prestigio che ripaga degli sforzi che si compiono.
Quindi non lavoratori che contestavano, ma partecipazione convinta, spesso entusiastica, perché impegnarsi nel proprio lavoro significava il proprio successo insieme a quello aziendale.
Tutto questo mi ha richiamato alla memoria una parabola contenuta in uno dei discorsi di Sammartino che mi sembrava di aver letto in una delle antiche cronache di Firenze e che riporto di seguito:
E’ la storia del vecchio fiorentino che per giorni e giorni sta a guardare, seduto sul sedile di Dante Alighieri in piazza Duomo, i lavori da poco iniziati del Campanile di Giotto. Ci sono tre squadre che lavorano a fare le fondazioni e la prima balza del Campanile. Una squadra tira su il lato dalla parte del Battistero, una seconda squadra tira su il lato dalla parte del Bigallo ed una squadra composta dallo stesso numero di persone tira su gli altri due lati e va di pari passo con gli altri.
Dopo alcune settimane il vecchio fiorentino va dal capo della prima squadra e chiede cosa stiano facendo e lui risponde che si stanno ammazzando a fare un lavoro ingrato, faticoso da spezzarsi la schiena per quattro soldi per sfamare le loro famiglie, analoga risposta riceve dal capo della seconda squadra. Il terzo capo, alla domanda del vecchio fiorentino lo guarda incredulo e risponde raggiante, “Ma come, non vede? Sto costruendo il campanile più bello del mondo!”
Quasi alla fine della stesura di questo testo, scorrendo sul computer la cartella delle vecchie mail, mi è caduto l’occhio su una che Giancarlo Rosini mi aveva scritto nel 2009 che mi era sfuggita.
Rosini, noto per i suoi articoli corrosivi e la mia intervista comparsi sulla SMAnia, non era un personaggio facile, anzi tutt’altro. Quelli difficili come lui, che in qualsiasi altra società avrebbero potuto essere assolutamente intrattabili e dirompenti, alla SMA invece, trovandosi in un contesto di persone intelligenti e preparate come era lui stesso, faceva sì che potesse comunque stabilire un colloquio ragionevole mantenendolo su un piano di urbanità e di civiltà anche con altri di idee totalmente differenti.
Mi è dispiaciuto di non aver risposto allora alla sua lettera, che egli peraltro non mi ha mai sollecitato in tutti questi anni, nemmeno quando ci incontriamo e ci stringiamo la mano al pranzo degli ex, intorno a Natale.
La lettera, di 20 anni fa, 6 dopo la mia uscita dalla SMA, pur sempre critica e con connotazioni in negativo, rivela proprio per questo, con ancora maggior forza l’attaccamento a una società dove egli stesso definisce “mitico” il reparto ricerche a cui apparteneva e dice tante altre cose positive e belle che si possono leggere direttamente qui sotto nelle sua mail:
LETTURA DI STEFANO
Firenze 18/09/2009 ore 22.11
Egregio Dottor Samoggia
Sono un ex dipendente della SMA che oggi lavora in Galileo Avionica, per la precisione un ex progettista del mitico RERI, oggi in esilio.
I motivi per cui le invio questo messaggio sono da ricercare nel fatto che ancor oggi ci sono diverse persone che ritengono che la chiusura della SMA sia stata una cosa tragica per questa città, vorrebbero quantomeno che questa azienda venisse ricordata, non per stare a rivangare i tempi che furono ma solo perché la SMA ha rappresentato per Firenze un momento importante e soprattutto perché ha rappresentato la casa e la culla della scienza della radaristica in questa città, direi anche per l'Italia, tradizione scientifica che oggi si sta completamente perdendo. Non voglio qui ricordare i grandi studiosi, gli scienziati della scuola radaristica Fiorentina, iniziata con il grande Nello Carrara, tradizione che ormai, mi dispiace doverglielo dire si è persa, non esiste più, anni e anni di tradizione scientifica che si sono vanificati. La cosa secondo me è molto grave soprattutto in un momento delicatissimo per questa nostra città dove da una parte si cerca di dare vita a quella che viene definita l'opportunità dei prossimi anni per Firenze, cioè la realizzazione del Distretto Tecnologico dell'Ottica, dall'altra si stanno perdendo conoscenze scientifiche storiche importanti, deve essere chiaro ormai a Firenze non esiste più la radaristica perché in Galileo ormai costituisce una realtà produttiva e di ricerca estremamente marginale e insignificante.
Io credo che personaggi come lei possono ancora dire la loro su questi temi, vediamoci parliamone, credo che sia necessario muoversi e farsi venire qualche idea lo dobbiamo alle future generazioni che dovranno vivere in questa città.
Un saluto sincero
Giancarlo Rosini
Nella lettera di Rosini si sente tutto l’amore per Firenze e per il mondo scientifico e tecnico della nostra Città, che ha caratterizzato un periodo splendido, che per una gran parte abbiamo vissuto insieme e si sente il rimpianto e l’amarezza di una bella cosa che si è perduta. Tutto questo è ammirevole e si può solamente essere d’accordo con lui.
Chiedere che venga ricordata la SMA è encomiabile e non è solo lui a volerlo e per questo anch’io ce la metterò tutta per vedere se riesco a fare qualcosa di buono in questo senso.
Chiedere che risorga è utopia. “Panta rei”.
Purtroppo la storia è come un grande fiume impetuoso che scorre e che non consente mai di tornare indietro. Troppe e sempre diverse sono le cose che ostacolano il percorso a ritroso e ancora purtroppo non ci sono maghi che possano andare contro quel tipo di corrente.
Nel 1946 ci fu una botteghina di pasticceria di Alba che diventò la Ferrero Internazionale che ancora domina nel mondo. Nel 1943 ci fu un Fernandes che da una bottega di radar fece una SMA che se ne andò per il mondo con successo per un bel po’ di tempo. Ma nel 1990 qualcuno le procurò degli incagli perigliosi e trovò dei garbugli così intrigati e così gravi che la fecero perdere nelle nebbie, anche se non proprio affondare.
Io ringrazio Rosini di essersi rivolto a me pensando che nel 2009 avrei potuto fare qualcosa di tipo “resurrezione”. Già allora ed ancor più oggi non avevo più l’età per escogitare progetti miracolistici, ammesso che ci fossero ed io ne fossi all’altezza. Non ho mai visto verificarsi miracoli di questo tipo nel mondo delle aziende. Quando ci sono concentrazioni di forze negative, se si ha la forza e l’età, è giusto e doveroso essere così sognatori da pensare di fare qualcosa ma se si è un po’ più maturi, nel senso di vecchi, occorre essere anche così realistici da desistere.
Ciò che si dovrebbe fare sempre, quando uno ha l’opportunità e il privilegio di navigare su una barca incantata è di non farne di tutte per farla andar sugli scogli, al contrario dovrebbe aiutare e lottare a favore ed anche questo non sempre basta. Rimando anche, su questo tema, alle ultime parole del mio discorso di Sammartino del 1983 riportato nel relativo capitolo.
Vediamo almeno oggi, con comportamenti saggi, di creare le condizioni e coltivare il terreno perché nella Città del Fiore nasca qualche altro fiore.
Sempre a proposito dell’Isola Felice e della “Magia” seguono una serie di scritti, di vari autori che confermano l’ipotesi che qualcosa di bello esisteva davvero sulla collina di Marignolle.
Chissà se quello che è stato detto oggi, a 70 anni dalla nascita del primo radar S.M.A., sarà sufficiente a spiegare il perché dell’Isola Felice e di quello che alla SMA fu considerato un momento magico. Noi comunque ci abbiamo provato, forse per l’ultima volta, e vi ringraziamo per l’attenzione e la pazienza.
Ho un ricordo prezioso serbato per finire: Olivier Giscard d’Estaing, presidente della società francese Thompson, nostra feroce e blasonata concorrente per i seeker, quando venne a visitare le nuove aree, prima di andarsene, mi disse: non so se la SMA sia la società elettronica migliore del mondo ma è sicuramente la più bella!
Quando egli disse di non sapere se era anche la migliore forse un dubbio gli era venuto!!
Prima dei saluti vorrei chiedere se qualcuno in sala vuol dire qualcosa. (Puccini prezzo di vendita e esempio episodio prima applicazione prezzi e qualche caso Fuschi)
Saluti e ringraziamenti