Un amico “virtuale” in due luoghi “reali”
Manara Valgimigli: Coreglia e Siusi
Una cosa tra le molte importanti che mi ha insegnato Coreglia è l’amore per la montagna. Non un amore da scalatore ma un semplice, modesto amore da camminatore e da ammiratore di paesaggi e di angoli preziosi, di anfratti e di boschi. La montagna è anche il luogo dove meglio riesco a trascorrere momenti di serenità e dl meditazione.
Certamente questo è avvenuto anche in conseguenza del fatto che, come figlio di “marinaio”, al mare ci passavo tutto l’anno.

La villeggiatura, la vacanza non poteva che voler dire andare per monti e per valli, andare fra il verde intenso delle selve di Coreglia o, più tardi, sugli ampi prati distesi dell’Alpe di Siusi, fioriti o innevati che fossero.
Come si può spiegare ad uomini abituati a vivere tutto l’anno in conglomerati di cemento ed a considerare come il meglio del meglio la confusione ipercompressa delle estive spiagge nostrane, come si può spiegare a costoro il valore della solitudine del boschetto degli scoiattoli che nel silenzio totale vengono a farti compagnia durante le tue lunghe incantate letture, lassù all’Alpe di Siusi, sopra lo Steger Dellai, dove sembra di percepire la quiete del mondo.
Come si può descrivere l’impressione indimenticabile del Rio, là oltre il Crocifisso, la prima volta che ci giunsi bambino, mentre scorre nella sua angusta, verdissima strettoia e il chioccolio delle sue cascatelle e il suo fluire frusciante, nascosto fra le felci, e i girini acquattati sotto le pietre arrotondate del suo greto. Come spiegare a chi non ci fu mai, la lieve ma dolce malinconia della solitaria Valle delle Lacrime traversata solo in compagnia dei propri sentimenti e delle proprie fantasie.
Fu così che da adulto, dopo aver passato tanto tempo a Coreglia da bambino e da giovanetto, quando si trattò di scegliere un luogo per le vacanze invernali dove andare con i figli e adatto anche per sciatori in erba, la scelta cadde appunto sull’Alpe di Siusi dove con mia moglie e i due ragazzi, Marco e Patrizia abbiamo soggiornato, per periodi di una certa lunghezza a partire dal 1971 ed ininterrottamente per 20 anni e anche dopo, con minor frequenza, d’inverno ma anche d’estate.
Prima, venti anni ininterrotti di presenze estive a Coreglia con il lungo periodo del tempo di guerra e poi qualche puntatina ogni tanto e dopo, venti anni ininterrotti all’Alpe di Siusi con prolungamenti fino ad oggi.

Sono stato spinto a scrivere queste righe da una curiosa coincidenza.
Infatti un giorno mi accorsi, leggendo, che in questi due luoghi, Coreglia ed Alpe di Siusi, aveva soggiornato, per periodi abbastanza lunghi anche un grande filologo, un grande grecista a me carissimo, non per conoscenza personale ma per lunghe, ripetute ed appassionanti letture delle sue opere più importanti.
Il mio “amico virtuale” Manara Valgimigli.
Dopo questa lunga premessa, comincerei questa storia da un colloquio che ebbi con Aldo Morpurgo, grande professore di greco al Liceo Classico Galileo di Firenze, che incontrai nel 1953 a Montemignaio durante una breve vacanza. Ricordo che gli parlai del mio interesse per i classici greci rammaricandomi, avendo frequentato il liceo scientifico dove non si studiava greco, di non poterli leggere nella loro lingua originale e lui mi disse: “Peccato davvero che tu non conosca il greco. In greco ci sono alcuni brani di poesia unici al mondo, che non sono mai stati uguagliati in nessun’altra letteratura, ma la loro vera bellezza si può apprezzare solo se li si legge nella lingua originale, in greco antico. Alcuni dialoghi socratici di Platone sono impareggiabili, Critone ed Apologia ad esempio, ma anche alcuni lirici come Alceo e Saffo”.
Ricordo che gli chiesi subito, interessato: “Ma le traduzioni?...” “Certo le traduzioni,” mi rispose scuotendo la testa, “ma la musica, il ritmo, le luci e le ombre... i colori... e... perfino i profumi si percepiscono, ma solo leggendo i testi in greco. Una traduzione, anche buona ti darà solo una larvata parvenza dell’originale. Ciò accade in tutte le lingue ma forse per il greco il distacco è maggiore che in altre...” Rimasi un po’ incerto ed anche un po’ incredulo.
“C’è un grande grecista,” soggiunse, “che ha fatto delle belle traduzioni di alcuni lirici ... Saffo di certo ... anche l’Odissea ... ma se ha ottenuto forse il massimo possibile, la distanza dall’originale resta incolmabile, comunque prova a leggerne qualcuna. E’ il meglio che tu possa trovare. Si chiama Manara Valgimigli.”
Fu così che ebbi per la prima volta notizia di Manara Valgimigli.
Per mesi, forse per anni, mi ronzarono in testa, le parole di Morpurgo, “alcuni brani dei dialoghi socratici di Platone ed alcuni versi dei lirici greci sono le massime vette raggiunte dalla Poesia a livello universale”.
Non sapevo allora e non so oggi se sia vero, ma questa affermazione mi perseguitava e mi veniva alla mente Manara Valgimigli finché un giorno mi si presentò l’opportunità di leggere le sue traduzioni delle liriche di Saffo e di Alceo. Non ne rimasi particolarmente colpito, se i massimi risultati erano quelli mi sentii di dare ragione alla tesi di Morpurgo, della grande difficoltà di renderle in traduzione.
Poi, alcuni anni dopo, quando uscì, lessi anche la sua grande opera, Poeti e Filosofi di Grecia e vi trovai delle traduzioni veramente stupende dei Dialoghi di Platone ed in particolare di Apologia, Teeteto e Critone, a mio giudizio ancor oggi insuperate tanto che la Casa Editrice Laterza, che sa come stanno le cose in questo campo, le continua a pubblicare.
Nonostante questa lettura che mi aveva colpito, il mio dubbio permaneva.
La mia “amicizia virtuale” con Valgimigli si accentuò dopo quella lettura. Più lo leggevo e più mi rendevo conto però che Morpurgo aveva ragione e la conoscenza pur povera del mio “latino” confermava la teoria della intraducibilità della “Poesia”.
Di certi stupendi versi e di certi brani di prosa splendidi che ero in grado di leggere in latino, mi accorgevo in verità che non veniva fatta giustizia quando venivano tradotti. Me ne rendevo conto ma non riuscivo a trovare una spiegazione efficace, soddisfacente ed esauriente del perché di questa impossibilità, finché trovai, quasi per caso, la spiegazione proprio in Manara Valgimigli durante la lettura di una delle sue opere, diciamo così, non professorali: Colleviti che insieme al “Mantello di Cebete”, a “Lettere a Francesca” e a “Confessioni a un’amica” sono state per me una vera sorgente di conoscenze.
Il brano che mi colpì è in Colleviti, all’interno del capitolo “Insegnamento di Toscanini” dove egli immagina se stesso quale “filologo Toscanini” come un filologo direttore d’orchestra:
Ho qui sotto gli occhi una pagina di Omero. Anch'io il mio spartito. Devo pur parlare di cose dove la mia esperienza sia meno difettosa. E vedo tanti versi in fila, tante parole in fila. Ecco qui un esametro di poche parole, compatto, di parole larghe e piene. È’ uno di quei versi di presentazione del personaggio, come Omero ne ha tanti e simili, il quale ora entra in scena o in azione. Io conosco questo personaggio, che cosa ha fatto e che cosa ha detto, che cosa farà e che cosa dirà. Dunque è già dentro un suo alone, dentro una sua aria, un suo sentimento, una sua musica, dite come volete, e ha un suo gesto un suo piglio una sua figura. Qui Toscanini, senza muovere o muovendo appena la sua bacchetta che segue e tiene un motivo già iniziato, alza lentamente la mano sinistra con tutte le dita che sono insieme rettratte e distese. Si avverte un'aspettazione, una tensione, come la mano prendesse e portasse su un motivo nuovo; e aiutasse questo a invadere l'altro e l'altro ad accogliere questo: sono ancora due e saranno uno.
Ancora. Ecco qui un altro esametro: dove intorno a due o tre parole che hanno un senso sensibile, cioè logico, ce n'è altre, più altre, parolette brevi e come disperse, monosillabi atoni, appena una consonante apostrofata, e il povero ragazzo di scuola che si prova a tradurre si dispera perché non c'è nessuna parola italiana che corrisponda a nessuna. Un frantume di sillabe, una dispersione di note minori e minime, che niente paiono e sono tutto perché proprio da queste ricevono quelle altre parole una pronuncia, un tono di voce, un suono; e allora intorno a quelle tutto si compone, e il verso canta con una modulazione sua, della quale già sentimmo e risentimmo una eco, più echi, vicini e lontani. E la bacchetta del filologo Toscanini scrive e descrive questo vario geroglifico di suoni, e ora li apre a ventaglio e li distende, ora li racco¬glie e li chiude; e intorno a lui occhi intenti, intentissime anime, leggono quella scrittura, e una lettera non sfugge, non sfugge un moto, anche se percettibile appena, di quella bacchetta sospesa nell'aria.
E’ un brano, a mio giudizio, di assoluta bravura e bellezza. Qui si compì pienamente “l’amicizia” con una persona che non ho mai incontrato ma della quale sentivo di avere avuto la fortuna di leggere l’anima attraverso le sue opere.
In più avevamo amato ed ammirato le stesse montagne e calcato gli stessi sentieri.
Devo dire che della importanza delle frequentazioni di Coreglia da parte di Manara Valgimigli ebbi contezza solo quando trovai, in occasione di uno dei miei ritorni al paese, la nuova strada di circonvallazione che portava il suo nome.
Prima mi ero solo imbattuto, nei suoi libri, in pochi richiami a Coreglia, in un paio di lettere a Francesca, quella del 7 maggio 1937 da Padova dove dice: “Addio, Amica mia. Fra due settimane accompagno le mie donne a Coreglia; e poi ritorno giù per gli esami”. L’altra lettera è solo datata da Coreglia, 1 Agosto 1937. (in quei giorni ci dovevo essere anche io, bambinetto, a Coreglia a villeggiare, c’è una foto datata agosto 1937 di Paolo e me in braccio ai nonni, seduti fuori della porta della casa di Zita davanti alla chiesa di San Martino. Del 1937 sono anche le altre due nelle selve con Lauretta Cicerchia). Non avevo dato molto peso a quei richiami al paesello quando li lessi.

Un accenno alle sue villeggiature preferite, Coreglia, Castelrotto e Vilminore la trovai anche nella nota biografica che precede il Mantello di Cebete (Mondadori 1973)
Frequentissime ed ampie invece in molte sue opere le citazioni di Castelrotto e dell’Alpe di Siusi e di altre località dei dintorni, come Fromm e di altre zone delle Dolomiti dove sovente mi sono trovato a calcare, piede su piede, le sue orme di infaticabile camminatore in quei luoghi da lui raccontati.
Solo più recentemente ho letto il brano da lui scritto su Coreglia Antelminelli e mi ci sono ritrovato, anche se i miei tempi di vita coreglina sono lontani e diversi dai suoi, (oltre 50 anni di età ci dividono) mi ci sono ritrovato non solo per le cose che ha narrato ed in alcune sue affermazioni su Coreglia e i coreglini da condividere assolutamente, ma ancor più per quel suo stile, piano e pacato e quel suo periodare musicale che è la sua nota caratteristica. Forse uno stile cauto, da camminatore di montagna e de traduttore di poeti.
Certo fra Fromm e Tiglio, pur se sono ambedue tappe di mezza via di percorsi che conosceva bene e che aveva fatto tante volte, c’è di mezzo il mondo, tanto i luoghi diversi essi sono e diverse ancor più le genti. Restano però dei punti di riferimento delle sue camminate, luoghi di pausa a di meditazioni.
Vedrò di scoprire quali fossero le sue passeggiate preferite intorno a Coreglia e, se le gambe me lo permetteranno ancora, cercherò di ripeterne almeno una, almeno una volta, per provare ad incrociare i pensieri.